La piccola bellezza: ridiamo centralità ai territori marginali

«Inghiottire il paese visitato, nella sua fauna e flora, e nella sua cultura»: questo è quello che Italo Calvino, agli inizi degli anni ‘80, intendeva per “vero viaggio”. Ebbene, dopo circa quarant’anni, a seguito di una pandemia che ci ha costretti a riflettere su molte cose, è forse questa la definizione da avere in mente per ripensare al settore turistico e alla sua ripresa.

Che la ricerca di un turismo esperienziale spesso legato alla gastronomia fosse già un trend in voga prima del Covid-19, è chiaro a chiunque. Ciò che però non era, e non è tuttora scontato, è la possibilità di trovare autenticità in queste esperienze, culinarie e non. Il web e molte agenzie di viaggio, infatti, brulicano di pacchetti preconfezionati, dove spesso a vincere è una corsa frenetica al ribasso e dove si prediligono strutture ricettive, ristoranti e corsi di varia natura che con l’ansia dell’essere competitivi, rinunciano alla qualità e alla competenza, perdendo unicità e dando spazio a una triste omologazione. Pacchetti che vorrebbero essere “alternativi” a un turismo di massa superficiale, ma che in realtà lo sono solo nella forma, non cambiando di fatto la sostanza. Di alternativo, infatti, non hanno nulla, proprio perché permettono al turista di entrare in contatto solo con un surrogato artificiale di un territorio, piuttosto che con la sua vera e bella complessità.

Come in tutti i periodi successivi a shock sistemici, però, quest’estate avremo un’opportunità nuova che potrebbe portarci a vivere le nostre vacanze e il territorio italiano in maniera diversa e finalmente più autentica. Quella di quest’anno potrebbe essere la stagione estiva in cui a vincere saranno giocoforza i viaggi di prossimità, che ci costringeranno a scoprire territori minori, meno frequentati dal turismo massivo e quindi, forse, proprio per questo più veri. L’estate dei piccoli borghi e delle periferie rurali poco rinomate, laddove si possono trovare, come sosteneva anche il grande Mario Soldati, elementi culturali fortemente identitari e tipici di un posto: «se vogliamo trovare il vero Piemonte – diceva – dobbiamo andare ai confini, fuori dalle zone urbane».

È arrivato quindi il tempo di dare centralità ai territori marginali, quei posti in cui l’integrazione tra cibo e territorio è già esistente, e dove ad essere al centro del sistema sono i luoghi e chi li abita: reali, proprio per questo insostituibili e ricchi di un bagaglio culturale immenso che aspetta solo di essere scoperto, gustato e raccontato. È questa forse l’occasione giusta per dare nuova dignità al settore: evitando luoghi comuni e replicabilità delle esperienze, e guardando da un lato al cliente come a una persona e non un mero numero; dall’altro al territorio e ai suoi abitanti con rispetto e curiosità, e non come luoghi e persone da poter consumare e sfruttare in maniera funzionale e acritica.

La ripresa del turismo italiano post pandemia, così come in molti altri settori, necessita di una sensibilità nuova da parte di tutti, che permetta di elaborare nuove strategie per chi viaggia e per chi accoglie. Per salvaguardare l’autenticità della nostra fauna, flora e cultura, non solo enogastronomica. Per promuovere la biodiversità, ovvero la ragione per cui un territorio si distingue da un altro. Per avere domani ancora un motivo per continuare ad esplorare il mondo e scoprirne i suoi gusti e colori. Per salvare la bellezza, da cui poi nasce il vero benessere: quello che genera un’economia più sana e un turismo responsabile, più etico e più sostenibile per tutti.

Carlo Petrini
da La repubblica del 24 giugno 2020

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo