La mia vita per un gelato

Un uomo inseguito per vent’anni da una strana profezia da cui dipende la sua stessa vita. Una favola da notte d’estate, al sapore di vaniglia e cioccolato: il racconto slow di questa settimana, firmato dal giornalista e scrittore Gabriele Romagnoli, parla di un destino già scritto. In una coppa di gelato.

Gabriele-RomagnoliStavo seduto davanti al mare. Del mio futuro non mi preoccupavo. Ero solo. Avevo alle spalle più sbagli che anni. E gli anni erano trenta. Non uno da salvare. Eppure mi bastava poco per credere che l’esistenza valesse la pena che esigeva. In quel momento, ad esempio, stavo mangiando il gelato più buono della mia vita. Vaniglia e cioccolato, semplicemente, ma divino. Per un gelato così si potrebbe morire, pensai, dosando le cucchiaiate per farlo durare più a lungo. L’ultima cosa che mi aspettavo era che potesse finire davvero così. Morire per un gelato. Morire per una donna, quello sì, avrei potuto ammetterlo, per una donna unica al mondo. Una donna come quella seduta in fondo alla terrazza, sola al tavolino accanto alla ringhiera. Gli occhi blu dell’universo prima dell’universo. Una donna così. La vidi alzarsi e venire verso di me. Non vidi lei, vidi gli sguardi che la seguivano, scortandola fino a me. Lei, seduta. Io, gli occhi sul gelato. La sua voce: «È buono, vero?». Trovai il coraggio di guardarla: «Il più buono della mia vita», dissi. Lei protese una mano, ne raccolse una porzione con l’unghia del medio, lunga e smaltata d’argento. La portò alla bocca, lentamente. Chiuse gli occhi, assaggiando. «Eccezionale». Io continuavo a mangiare. Lei sollevò le palpebre. Lo disse senza un’espressione particolare nella voce, nessuna emozione. Così, tranquillamente: «Quando questo gelato sarà finito tu morirai». Poi si alzò: «Ora scappo, prima che cominci a piovere». Scomparve, dalla terrazza, dal bar, dalla mia vita. Vita. Davvero me ne restava quanto quella di un gelato sotto il sole di luglio? Esistevano ancora i profeti? E avevano occhi blu e bikini gialli? O era una maga di serie B, un’astrologa della notte sulle tv commerciali? Oppure semplicemente un’altra pazza sul mio cammino? Guardai il cielo scintillante. Un sole invincibile. Abbassai gli occhi sul mio gelato, sorridendo. E vidi la prima goccia di pioggia cadere su una pallina di cioccolata, squagliandone la superficie. Misi la mano sulla coppa, per proteggerla. Un diluvio. Gocce come frecce, poi una cascata. Mai visto niente di simile. Corsi all’interno del bar, con il mio gelato al riparo sotto la giacca. Mi feci largo tra la folla di turisti che rideva, emetteva gridolini, gioiva dell’imprevisto. Mica potevano rischiare di morire per un temporale estivo, loro. Cercai disperatamente il cameriere. Gli mostrai il gelato, piuttosto ammaccato: «Scusi, me lo può rimettere nel freezer?». Mi guardò stupito. Gli allungai una banconota. Via lo stupore, gelato nel freezer. Salvo, per il momento. Ora cominciava la battaglia per proteggere la vita del gelato e la mia. Improvvisamente mi accorsi che volevo ancora molte cose, dal mio futuro. Volevo vivere un amore vero, avere un figlio, scrivere una canzone che potesse essere ricordata, cantata in una sera d’estate davanti al mare da qualcuno che sentisse dentro di sé qualcosa di indefinibile che non fosse felicità e non fosse malinconia, ma solo volontà del proprio destino. Quanto tempo mi sarebbe servito, ancora? Era l’estate del 1984. Il juke-box suonava una vecchia canzone di Paolo Conte: «Donna che stai entrando nella mia vita con una valigia di perplessità, ah non avere paura che sia già finita, ancora tante cose quest’uomo ti darà». Dovevo salvare quel gelato, salvare il mio futuro.

gelato_cioccolatoSono passati vent’anni. È di nuovo estate. Sono di nuovo su una terrazza davanti al mare. C’è una musica che amo, nell’aria. Fin qui, ci siamo arrivati, io e quel gelato. Ho dedicato vent’anni alla sua salvezza, ma lui ha fatto altrettanto con la mia vita. Quando l’ho incontrato stavo andando alla deriva e sarei sicuramente annegato nei gorghi di una carriera o di un vizio. Invece, grazie a lui e alla profetessa in bikini giallo, ho avuto il dono di uno scopo e dell’incombenza di un tempo limite. E ho vissuto. Ricordo ciascuno degli ultimi vent’anni. Sono stati difficili, anche. Per cominciare, ho dovuto spostare il gelato. Non potevo certo affidare la mia sopravvivenza al freezer del bar di una località balneare. Bastava arrivare a settembre e l’avrebbero spento. Tutti a casa e la mia vita lì, a squagliarsi dentro un parallelepipedo bianco dopo soli due mesi. Troppo poco, due mesi, per tutto quello che avevo scoperto di dover ancora fare. Mi serviva un’affidabile cella frigorifera a prova di bomba. Le banche svizzere, pensai. Loro sanno custodire qualunque cosa e per sempre. Non avevo mai immaginato che ne avrei contattata una. Con i capitali che avevo, potevo tuttalpiù affittare una cassetta di sicurezza e metterci dentro l’aria. Fu più o meno quello che feci. Il più fu che ci misi dentro un gelato. Prima però contattai un ingegnere tedesco, un mago del freddo conteso dalle case produttrici di surgelati, e gli chiesi di costruirmi un contenitore nel quale ibernare un gelato. Mi guardò perplesso, ma quando gli dissi che ero pronto a pagare qualunque cifra si mise al lavoro e mi accontentò. Con un mutuo decennale riuscii a soddisfare le sue richieste economiche. Restava il problema del trasporto. La cassetta di sicurezza ibernante mi aspettava a Ginevra. Io e il mio gelato eravamo sulla riviera tirrenica. La trattativa con il rappresentante di ghiaccioli per convincerlo ad allungare il percorso del suo ritorno a Milano fu complessa, ma infine coronata da successo. Partimmo a metà agosto: lui alla guida, io di fianco, il gelato dietro di noi, solo nella grande cella frigorifera che occupava il retro del camion. Sotto un sole estivo che non risparmiava Ginevra, depositai in tutta fretta il mio tesoro nei gelidi sotterranei della International Common Europe Bank, meglio conosciuta come Ice Bank, e tornai in Italia. Salvato il gelato, restava da salvare il mio futuro. Esattamente il tipo di proposito che non avrei mai saputo realizzare da solo. Ora volevo averne uno, e questo era già un passo avanti, ma mi occorreva incontrare qualcuno per cui volerlo ancora di più. Impiegai quattro anni, prima di riuscirci. Nell’attesa girai quasi tutto il mondo, cambiando città e occupazioni, case e compagne. Inutilmente. Le une valevano le altre.

Sei estati fa sono tornato su quella terrazza di fronte al mare dove avevo mangiato il gelato più buono della mia vita. Lei era seduta al mio posto. La vidi di spalle. Guardava l’acqua. Sola. E aspettava. Si capiva che aspettava. Le attese hanno una loro fisicità, puoi sentirle, a volte sono così intense da lasciarsi toccare, in quell’ultimo spasmo prima della fine. La fine dell’attesa. La sua attesa era stata lunga, si sentiva. «Quattro anni». Si voltò e disse così, soltanto. Capii che mi stava aspettando da quattro anni. Mi spiegò che era seduta dietro di me, il giorno in cui stavo mangiando il gelato. Aveva visto quella donna bellissima assaggiarlo e fuggire, i miei occhi sgomenti che la inseguivano. Pensò che fossimo amanti a un bivio. Aveva aspettato che tornassi, ogni estate. Perché, parole sue: «Nel modo in cui mangiavi il gelato si intuiva una fame della vita che io non conosco. Non l’ho mai mangiata in quel modo, io, la vita». Magari non era esattamente così che stavano le cose per me, quel giorno lontano, ma così certamente erano diventate e forse gli occhi delle donne, da quella terrazza, vedevano futuri a me ignoti. Non mi restava che affidarmi a loro. Ci alzammo insieme e andammo nel mondo a divorare la vita. Ci sposammo due mesi più tardi, un anno dopo avemmo un figlio. La notte in cui nacque, io non ero accanto a lei. Le sue doglie cominciarono sulla sigla del telegiornale del primo canale francese. La terza notizia era: Scosse di terremoto a Ginevra. «Devo andare là», dissi. Lei mi guardò stupita. «Nostro figlio sta per nascere e tu scopri l’impegno umanitario». «Voglio che sia nostro figlio e non il tuo bambino orfano di padre», avrei voluto risponderle, ma del gelato custodito all’Ice Bank non le avevo mai parlato. Neppure lei, temo, mi avrebbe creduto. Quando un segreto ti salva la vita è meglio tenerselo. E curarlo. Corsi a Ginevra. La sede dell’Ice Bank resisteva, neppure scalfita. I sotterranei, intatti. La cassetta di sicurezza, inattaccabile. Il contenitore, misterioso ed efficacissimo. Il gelato, perfettamente conservato, pronto a sfidare almeno altrettanto tempo. Cinque anni, il mondo negli occhi, una donna nel cuore e un figlio in arrivo a quattrocento chilometri da lì. Un buon motivo per ripartire, andare avanti.

Abbiamo continuato a viaggiare, su auto più grandi, in case più grandi, con sogni più grandi. Non per come li avrebbe misurati il resto del mondo, ma per come li intendevamo noi, i sogni. Un anno fa ho ripreso a scrivere canzoni, perfino. Me ne è venuta una proprio bella. Senza tempo, l’ho intitolata. «E tutto quello che so dire è che non ho più tempo per morire», dice nel ritornello. L’ho mandata a un produttore che conoscevo. Gli è piaciuta subito. L’ha fatta cantare a uno bravo. È diventata il successo dell’estate. Due sere fa ero sul molo di questa città adriatica, insieme con mio figlio. Guardavamo l’orizzonte. Cercavo di spiegargli cos’è, ma è difficile definire una linea del nulla. E lui, mio figlio, continuava a chiedermi: «A cosa serve?». A nulla, appunto, una linea del nulla. Poi siamo tornati a casa e mentre camminavamo ho visto arrivare un uomo in bicicletta. Vecchia la bicicletta, giovane l’uomo. Faceva lo slalom tra i piloni. Cantava. Cantava: «E tutto quello che so dire è che non ho più tempo per morire». Un amore, un figlio, la mia canzone sulle labbra di un uomo padrone del suo destino. Ho sorriso, abbracciato mio figlio, capito che per quanto mondo gli avessi raccontato, per quanto ne avessi saputo inventare, sarei rimasto per sempre prigioniero del mio sguardo. Non avrei mai potuto crearmi un altro destino e il mio era già scritto, come una favola da notte d’estate, scritto in una profezia e in tre desideri.

Ieri sono stato lontano tutto il giorno. Sono andato a Ginevra e tornato. Stamattina mi sono alzato all’alba. Ho guardato il sonno sereno di mia moglie, pregato per i suoi sogni. Ho atteso che mio figlio si risvegliasse, venisse in cucina. Gli ho chiesto cosa avesse voglia di mangiare. Ero sicuro della risposta. Ho aperto il frigorifero e l’ho servito. «Vedrai – gli ho detto – sarà il più buono della tua vita». Poi sono uscito sulla terrazza a guardare il mare. A guardare la vita ripassarmi davanti in un solo istante. Non tutta, solo gli ultimi vent’anni. È l’ultima grazia. Dev’essere perché la morte mi è così dolce. Dev’essere perché sto morendo sulle labbra di un bambino.

 

Gabriele Romagnoli

tratto da Slowfood, num 4 (lug 2004)

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