La forza delle donne per ricostruire la Siria

Slow Food e Fao insieme per dare valore alla cooperazione internazionale e ridare valore alle produzioni locali

A fine agosto, Slow Food e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) hanno accompagnato un gruppo di agricoltrici di piccola scala siriane in un viaggio di formazione tra Piemonte e Liguria. Le due organizzazioni hanno unito le forze per sviluppare le competenze delle produttrici, con l’obiettivo di aiutarle a rafforzare e rilanciare le loro attività nel Paese.

Sono passati otto anni dall’inizio della guerra in Siria. Oggi, a causa del conflitto, cinque milioni di siriani vivono in esili, quasi la metà della popolazione. La restante parte sta cercando di ricostruire il Paese, con fatica e non pochi problemi.

Dima Jdeed, Adla Hassan, Reem Said, Aisha Dalati, Iqbal Saimoa, Widad Esmirza e Afa Jaafar, le sette donne che hanno partecipato al viaggio di formazione organizzato da Slow Food e Fao, non si danno per vinte: il loro ruolo all’interno delle famiglie è cambiato a causa della crisi e ormai sono diventate protagoniste della ricostruzione, prendendo il controllo della loro vita, per sé stesse e per i loro figli.

Provengono dai governatorati di Homs, Hama, Lattakia, Tartous, Aleppo, Sweida e Al Qunatra, e ognuna di esse si occupa di un particolare tipo di prodotto locale – uno per villaggio – dai fichi secchi al miele. Possiedono piccoli appezzamenti di terreno (meno di mezzo ettaro) in cui coltivano cibo per nutrire le loro famiglie e si occupano della preparazione di marmellate, sottaceti, concentrato di pomodoro, formaggio e di altri prodotti alimentari per il sostentamento.

Hanno ben chiaro che il loro ruolo è fondamentale. In molti casi le donne sono diventate la sola fonte di reddito e si sono dedicate all’agricoltura, spesso unica risorsa per guadagnarsi da vivere e mantenere le famiglie.

«Avevo capre, pecore e vacche prima della crisi. Poi siamo dovuti fuggire – racconta una delle donne, madre di quattro figli e produttrice di formaggio – Facevamo formaggio della Circassia, come ci avevano trasmesso i nostri antenati. Vorrei poter riprendere la produzione come in passato, ma migliorandola grazie anche a quanto abbiamo imparato dai produttori che abbiamo avuto la grande fortuna di conoscere qui in Italia». Nella loro voce, mentre raccontano la loro storia o fanno domande ai produttori dei sei Presìdi Slow Food visitati (burro dell’Alta Valle dell’Elvo, olio extra vergine d’oliva, miele di alta montagna, formaggio Robiola di Roccaverano, agnello Sambucano e aglio di Vessalico), non trapela mai lo sconforto, tanto meno la tristezza. Tanta invece è la curiosità e la voglia di imparare.

Aicha Dalati

«A causa della crisi – spiega proprio l’apicoltrice di Aleppo, entusiasta mentre visita il laboratorio dell’Apicoltura Fossati a Sambuco (Cn) – ho dovuto abbandonare tutti i miei alveari e ricominciare da zero in un villaggio, lontano dalla mia città. Ora posso lavorare il miele solo manualmente e venderlo localmente. Durante questo viaggio in Italia ho visto attrezzature e dispositivi moderni. La mia speranza è quella di poter  portare tutti questi saperi al villaggio, metterli in pratica e riavviare l’azienda di famiglia».

Punto cruciale del viaggio di formazione è stato anche riscoprire il valore dell’essere comunità, del reciproco scambio di saperi e prodotti.

Roccaverano

E lo scambio con i produttori dei Presìdi non è stato difficile: l’Italia e la Siria, come altri Paesi della regione, condividono la stessa cultura mediterranea e prodotti come olive, grano, fichi, miele, uva, o tecniche di lavorazione simili, accomunano i produttori, una sorta di linguaggio comune facile da trovare durante ogni incontro, in particolar modo in Liguria. In fondo, i produttori di piccola scala dei Presìdi Slow Food sono sembrati a chi accompagnava il gruppo molto simili a queste donne, nel loro quotidiano e difficile lavoro di tutela delle tradizioni, mantenimento di ecosistemi e ricostruzione e condivisione di antichi saperi.

«Usiamo gli stessi attrezzi rudimentali che abbiamo in casa fin da quando eravamo ragazzine. – spiega invece la madre di cinque figli che coltiva ed essicca fichi, l’unico frutto disponibile nel suo villaggio – Non sono diversi da alcuni strumenti che si usavano in Italia in passato. Vorremmo acquisire conoscenze per avere nuove tecnologie e per fare un prodotto di qualità che venga accettato dai mercati e possa aumentare i nostri profitti. Tutta la mia famiglia vive grazie a ciò che produce, un po’ come per i produttori che stiamo visitando».

Storie simili, separate solo da chilometri, che si sono incontrate grazie alla collaborazione tra Slow Food e Fao, che anche questa volta si è rivelata un modello vincente di cooperazione, condivisione e ottimismo.

Pollenzo (Cn), Orto didattico Unisg

«Per noi è stato un onore accompagnare le agricoltrici siriane a visitare i nostri produttori e i nostri Presìdi – ha spiegato Nazarena Lanza, Coordinatrice Slow Food per i paesi del Nord Africa e Medio Oriente – Slow Food crede molto nel valore dello scambio, della collaborazione e della condivisione. In passato abbiamo invitato alcuni pastori siriani a partecipare a Terra Madre (Torino 2008), abbiamo finanziato 10 orti scolastici nel nord della Siria e abbiamo invitato la coordinatrice locale a Terra Madre 2018. Saremmo lieti di consolidare questa alleanza e di organizzare altri workshop per migliorare la produzione alimentare in zone semi-aride con l’uso di pratiche agro-ecologiche. Anni di conflitti, cambiamento climatico e decenni di monocolture hanno causato una grave perdita di biodiversità e mancanza di competenze, che non hanno lasciato spazio all’agricoltura sostenibile.»

Il cibo, per tutti i cinque giorni di viaggio, si è rivelato ancora una volta trait d’union oltre che strumento chiave di cittadinanza globale, dialogo e conoscenza, capace di far emergere nuove reti e di modificare progressivamente gli stili di vita e l’economia delle comunità locali.

«Desidero imparare cose utili per il mio Paese, – conclude una produttrice di olive che ha partecipato, insieme alle altre, al viaggio – al mio territorio. Ho affrontato questo lungo viaggio per poter tornare e insegnare alle altre donne del villaggio. Voglio aiutarle a emanciparsi, a migliorare la nostra vita…le donne sono il punto di partenza per una nuova Siria».

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Annalisa Audino
a.audino@slowfood.it

FOTO ©FAO/Alessandra Benedetti. Editorial use only. Copyright ©FAO.

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