Quando la Chiocciola coltiva il domani: Trieste e la rete degli Orti in Condotta

Stiamo ripercorrendo insieme i trent’anni di Slow Food in Italia, attraverso il ricordo di chi ha fatto la storia dell’associazione. Voci storiche e voci nuove si intrecciano per raccontarci com’è cambiata Slow Food e come cambierà in futuro: questa settimana parliamo degli Orti in Condotta di Trieste, dove in soli quattro anni è nata la più grande rete di coltivazioni scolastiche in Italia.

orti trieste
I bambini degli Orti in Condotta di Trieste

Trieste, regina del mare, oggi ha anche un cuore verde. Merito degli orti civici che stanno fiorendo nella città giuliana, ispirandosi al progetto capofila: gli Orti in Condotta di Slow Food.

I soci della Chiocciola locale hanno creato, con la collaborazione degli uffici del Comune e dell’Azienda per l’assistenza sanitaria (Aas), la più estesa rete di coltivazioni scolastiche in Italia. In appena quattro anni si è riusciti a coinvolgere oltre 60 istituti, 80 insegnanti e 1.500 bambini insieme a comitati di genitori, nonni, educatori.

In ogni classe c’è come minimo un vaso o una cassetta per le piantine, se non un vero e proprio orto-giardino. Collabora anche una storica casa di riposo triestina, nella cui soffitta anziani e bambini delle scuole vicine curano insieme un piccolo vivaio. Ma non è tutto: il progetto affianca alle attività didattiche percorsi di formazione per gli insegnanti con incontri a tema, momenti di confronto con gli esperti di Slow Food e seminari per genitori e nonni.

Il primo bilancio triennale, conferma il responsabile degli orti Andrea Gobet, è più che positivo. Non solo in termini di numeri: tra i motivi di orgoglio per chi ha realizzato gli orti c’è il fatto di essere riusciti a portare i prodotti della terra, curati dai bambini, sulle tavole delle loro mense. Purtroppo non è un esito scontato come si potrebbe pensare, perché per arrivarci serve una trafila burocratica che Slow Food Trieste ha superato grazie alla partnership con l’azienda sanitaria.

trieste gianni rodariNegli orti i bambini imparano a ritrovare una connessione con la natura, ma anche con loro stessi: «Mi hanno molto colpito – rivela Andrea – i racconti degli insegnanti sui “poteri” dell’orto. Un luogo dove i bambini ritrovano la serenità sfuggendo alla confusione e dove riescono a concentrarsi sulla cura dei prodotti che crescono».

Fabio Pogacini, socio di lungo corso della Chiocciola, riporta a questo proposito la testimonianza di una maestra: «Aveva scoperto che per calmare un bambino “problematico” era sufficiente invitarlo a uscire dalla classe e passeggiare nell’orto. Poco dopo rientrava tranquillo». E c’è perfino chi è “guarito” dalla proverbiale avversione infantile per i vegetali nel piatto: «I genitori ci raccontano di bambini che prima non mangiavano verdure e hanno cambiato idea dopo averle coltivate da soli. Anzi, addirittura erano loro a chiederle!».

Andrea e Fabio sono due dei volontari che hanno dato vita al piccolo miracolo degli orti di Trieste: uno è un giovane ricercatore universitario nato nello stesso anno di Slow Food («appena qualche mese prima», precisa), l’altro un ex dirigente di banca, oggi in pensione, che ha accompagnato il cammino dell’associazione fin dai tempi di Arci Gola.

Storie e generazioni diverse, ma unite da un certo modo di intendere il cibo come diritto al piacere. Il veterano Fabio c’è arrivato venendo da una famiglia di buongustai e curando in gioventù una rubrica dedicata a trattorie e ristoranti degni di visita: «Posso affermare che con l’associazione ho sempre avuto “identità di intenti”» dice. Poi sono arrivati i tempi delle scelte più importanti: «Questi trent’anni sembrano in realtà più di un secolo per gli stravolgimenti ai quali abbiamo assistito in tutti i campi. In quel periodo pochi si interessavano alla gastronomia, ai prodotti tipici e al mantenimento della biodiversità. Oggi la cucina ha invaso la televisione, ma manca ancora una vera salvaguardia dei prodotti a rischio».

La sfida attuale, continua, «è riuscire a interessare nuovi soci in un momento di crisi dell’associazionismo. Specie i giovani, che vanno incuriositi e resi partecipi di scelte alimentari quotidiane sempre più consapevoli».

andrea-gobet
Andrea Gobet, responsabile triestino degli Orti in Condotta

Andrea è uno di quei giovani, giunto sulla scia della Chiocciola con il ricordo di tante domeniche d’infanzia trascorse nei locali della mitica guida Osterie d’Italia. L’adesione, spiega, «è arrivata ai primi tempi di Terra Madre. Carlo Petrini aveva appena pubblicato Buono, pulito e giusto ed era l’inizio di una nuova era per Slow Food».

A distanza di oltre dieci anni, tra i momenti più intensi annovera la sua prima cerimonia di apertura a Terra Madre, nel 2012, e il primo mercatino degli Orti in Condotta a Trieste, grazie al quale si sono raccolte molte offerte per le nuove coltivazioni di 10.000 Orti in Africa. Un bilancio da salvare anche sul piano personale, insomma: «Oggi di cibo si parla molto e ne parlano in tanti. Il pericolo più concreto è la banalizzazione, la superficialità, la parola svuotata di contenuto. Per questo dobbiamo tenere viva la complessità del discorso sul cibo senza chiuderci nel nostro recinto, perché l’obiettivo è raggiungere quante più persone possibile, per cambiare le cose un po’ alla volta. Ma per davvero».

 

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo