La carne che mitiga il cambiamento climatico

Un sistema sano dal punto di vista ambientale non può prescindere dall’allevamento del bestiame. Il punto è che l’allevamento va praticato in modo da rispettare e ripristinare gli equilibri ecologici. Impariamo, anche attraverso le nostre scelte alimentari, a favorire un sistema amico del clima, e a riconoscere i benefici climatici dell’allevamento agroecologico rispetto all’allevamento industriale.

livestock_climate_change-1024x678-1«Quando sono venuto negli Stati Uniti, sono rimasto scioccato nel vedere parchi nazionali desertificarsi così come accadeva in Africa. E il bestiame non pascolava su questa terra da oltre 70 anni. Ho scoperto che gli scienziati americani non avevano spiegazioni per questo se non che si trattava di terreno arido e naturale. Allora ho iniziato a esaminare tutti gli appezzamenti di terra possibili negli Stati Uniti occidentali in cui il bestiame era stato rimosso per dimostrare che questo avrebbe fermato la desertificazione, ma ho scoperto il contrario […]. Non abbiamo mai capito cosa stia causando la desertificazione, che ha distrutto tante civiltà e ora ci minaccia a livello globale. Non lo abbiamo mai capito. […] Quello che non avevamo capito è che questi ambienti a umidità stagionale, il suolo e la vegetazione si sono sviluppati con un alto numero di bestiame da pascolo, e che questi animali da pascolo si sono sviluppati affiancati da feroci predatori in branco. La migliore difesa contro i branchi di predatori si ottiene formando le mandrie, e più la mandria è numerosa, più sicuri sono i singoli animali. Mandrie numerose concimano e urinano sul loro stesso cibo, pertanto devono continuare a spostarsi, ed è questo spostamento che ha impedito lo sfruttamento eccessivo della vegetazione, mentre il periodico calpestamento assicurava una buona copertura del terreno, come si vede quando passa una mandria. […] C’è solo un’opzione, ve lo ripeto, solo un’opzione per i climatologi e gli scienziati, ed è fare l’impensabile, ovvero usare il bestiame, come gruppi in movimento, per rappresentare mandrie e predatori, e imitare la natura. Non c’è altra alternativa per gli uomini». Queste le parole pronunciate dall’ecologista Allan Savory durante una Ted Talk del 2013 visualizzata milioni di volte. E, benché la sua idea di gestione olistica e di pascolo pianificato sia stata ampiamente criticata, ci piace partire di qui per discutere delle connessioni profonde fra allevamento e cambiamento climatico.

©Bob-DaemmrichAlamy-1024x682Queste connessioni sono risultate evidenti soprattutto a partire dal 2006, anno di pubblicazione del rapporto Fao Livestock’s Long Shadow, che riportava dati per molti versi sconcertanti. Secondo il rapporto, l’allevamento produrrebbe l’80% delle emissioni di gas serra di tutto il comparto agricolo e il 18% del totale complessivo mondiale di emissioni – successivamente, nel 2013, questa percentuale è stata abbassata al 14% nella revisione del rapporto. A essere più precisi, il 9% delle emissioni totali di anidride carbonica (soprattutto a causa delle foreste bruciate per far posto ai pascoli), il 37% delle emissioni totali di metano (un gas-serra 23 volte più potente della CO2, rilasciato, in questo caso, dal “tubo di scappamento” dei ruminanti) e, causa soprattutto il letame, il 65% di quelle di ossido d’azoto (296 volte più potente della CO2). In aggiunta, all’allevamento si dovrebbe anche, per la Fao, il 64% delle emissioni di ammoniaca, che contribuisce in modo significativo alle piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi. Ma l’ombra lunga dell’allevamento si estende anche altrove. A questo, dice la Fao, è riconducibile l’8% dell’uso mondiale di acqua potabile e buona parte del suo inquinamento. «Statistiche mondiali non sono disponibili» nota il rapporto, «ma negli Stati Uniti si stima che l’allevamento sia responsabile del 55% dell’erosione dei suoli e dei sedimenti, del 37% dell’uso totale di pesticidi, del 50% dell’uso di antibiotici e di un terzo del carico di azoto e fosforo nelle fonti di acqua potabile».

Da allora non è più stato possibile guardare all’allevamento del bestiame allo stesso modo. E ciò è probabilmente un bene. Abbiamo imparato a considerarne gli impatti ambientali, che sono considerevoli se si guarda ai problemi di inquinamento e smaltimento legati al letame degli animali, alle emissioni provocate dalla produzione si mangimi che arrivano da coltivazioni intensive, che impiegano pesticidi e fertilizzanti dannosi per l’ambiente, a come si stiano rovinando la qualità dell’acqua, del suolo e dell’aria… Allo stesso tempo, però, da allora è stato difficile riconoscere che un certo tipo di allevamento, radicalmente diverso dall’allevamento intensivo e industriale, non solo non ha un impatto negativo sull’ambiente, ma addirittura può servire a mitigare il cambiamento climatico.

In particolare, questa importante funzione può essere svolta proprio dai ruminanti, che molti esperti, agenzie governative e aziende private relegano al ruolo di “pecore nere” del cambiamento climatico, affermando che la priorità dovrebbe essere data invece alla zootecnia intensiva dei monogastrici (pollame e suini), che ridurrebbe le emissioni di anidride carbonica e metano. In realtà, le emissioni di un certo tipo di allevamento estensivo, e soprattutto dei sistemi pastorali di allevamento, si sono rivelate inferiori rispetto a qualsiasi sistema di allevamento intensivo.

cows_slow_meat-1Come evidenziano Veterinari senza frontiere nel position paper Allevamento e cambiamento climatico, l’allevamento al pascolo attraverso un approccio agroecologico può:

• conservare il carbonio nei suoli ancora più efficientemente rispetto ai sistemi agricoli
• contribuire alla conservazione a lungo termine della biodiversità animale, alla diffusione dei semi e all’arricchimento della biodiversità delle piante legnose dei pascoli
• contribuire all’equilibrio di ecosistemi complessi, in cui sia gli animali che gli allevatori hanno un chiaro ruolo nella conservazione degli habitat e delle dinamiche ambientali, a beneficio della fauna selvatica e delle specie domestiche.

In modo analogo, un importante report elaborato da The Soil Association non manca di evidenziare come gli animali, e in particolare i ruminanti, svolgano un ruolo essenziale nel favorire lo stoccaggio di carbonio nel suolo, un’azione che ha un importantissimo ruolo di mitigazione.

Un sistema sano dal punto di vista ambientale non può prescindere dall’allevamento del bestiame. Il punto è che l’allevamento va praticato in modo da rispettare e ripristinare gli equilibri ecologici. Impariamo, anche attraverso le nostre scelte alimentari, a favorire un sistema amico del clima, e a riconoscere i benefici climatici dell’allevamento agroecologico rispetto all’allevamento industriale. Consumiamo meno carne, e privilegiamo quella di migliore qualità.

di Silvia Ceriani

Per approfondire:
Nicolette Hahn Niman, “The Climate Change Case Against Cattle”, in Defending Beef, 2014.
Allan Savory: Come rendere verdi i deserti e invertire il cambiamento climatico, 2013.
Fao, Tackling Climate Change through Livestock, 2013.
Soil Association, Soil Carbon and Organic Farming, 2009.
Fao, Livestock’s Long Shadow, 2006.

La sostenibilità si può misurare!
Indaco2, spin-off dell’Università di Siena ha valutato la sostenibilità ambientale degli allevamenti di alcuni Presìdi Slow Food, analizzando l’intero ciclo di vita dell’animale e delle sue produzioni. Attraverso il calcolo di alcuni indicatori ambientali, come ad esempio la carbon footprint, è stato possibile confrontare l’impatto su suolo, acqua e atmosfera di diverse tipologie di allevamento. I risultati hanno dimostrato come le emissioni generate dagli allevamenti dei Presìdi siano in generale più basse rispetto agli allevamenti convenzionali intensivi e su larga scala e, in particolare, gli impatti generati dalla produzione di mangimi e dal sistema di allevamento seguito dall’azienda siano molto contenuti.

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