La Campania col grano e il cuore in mano

Tre giorni in Campania come un viaggio per incontrare sé stessi e quella bella rete Slow Food autentica, generosa, onesta e ricca di sapere.

Nel caldo sfiancante di luglio da Roma ci dirigiamo a Villa Santa Croce, frazione di Piana di Monte Verna e paese dell’entroterra casertano a un’ora a nord di Napoli. Ci fermiamo nel piccolo parcheggio vista vallata e ci avviamo sulla strada principale del paese. Una via sulla quale si affacciano vecchi portoni ad arco in legno, alcuni socchiusi, altri fortunatamente aperti: in uno di questi ultimi casi intravediamo uno spettacolo che catalizza il nostro sguardo verso il soffitto del portico interno. Una sorta di “Cappella Sistina dell’agricoltura”: un trionfo di agli, scalogni, lavanda, cipolle, e pomodori appesi a conservare, da un anno all’altro, fuori dal frigorifero, a comporre un mosaico di forme e colori di rara bellezza.

La Campania di slow food

Compare nella cornice del portone un uomo sorridente che ci dice: «State andando alla Sbecciatrice voi? Io sono Angelo, abito qui, dopo vengo da Mimmo anche io»: e così dicendo ci fa passare all’interno del portico, e noi, a bocca aperta e col naso in su, sbigottiamo, osservando quello spettacolo di cura, biodiversità e armonia. Arrivano i genitori di Angelo, gli artigiani sapienti dietro a quella meraviglia che ci fanno assaggiare dei pomodorini della scorsa estate, ci dicono che fra poco sarà tutto riempito con quelli nuovi, ci mostrano un cesto bellissimo colmo di mazzetti di origano di montagna e ci guidano nell’incantevole giardino dietro casa.

Dieci minuti di sorrisi, sapienza e autenticità rurale che ci anticipano l’atmosfera che avremmo respirato e sarebbe diventata familiare nelle ore a seguire…

Agricoltura, arte e relazioni

Ci accoglie poi l’allegra confusione, dieci passi più avanti, nel cortile dell’azienda agricola La Sbecciatrice, generata da un folto gruppo di produttori, attivisti, amiche e amici di Mimmo e Jurate: un’azienda che è anche e soprattutto un progetto culturale e sociale, che produce e trasforma grano, legumi, pomodoro riccio e l’Oliva Caiazzana da Mensa, Presìdio Slow Food; un’azienda che intreccia la produzione agricola con relazioni, arte e impegno.

La Campania di slow foodUsciamo sull’aia per issare accanto due maestose bandiere: la chiocciola rossa di Slow Food accanto a quella che inneggia “Hasta siempre resistenza contadina”, un’unione allegra e significativa che ha chiaro come un futuro migliore si possa costruire anche a partire dal cibo! Mai scorderemo la luce, il chiacchiericcio, i sorrisi, i sapori e le storie che hanno fluito attorno alla tavola nella “Stalla degli assaggi”, dove tra l’altro abbiamo appreso i brindisi campani più veraci e gioiosi.

Una pizza per tutti

Per la cena ci spostiamo, insieme ad amici del coordinamento regionale e della condotta locale, presso Caiazzo, alla pizzeria Pepe In Grani di Franco Pepe: Slow Food Hero, premiato nel 2021 per la solidarietà praticata concretamente durante il periodo pandemico con le sue “infornate solidali”; oltre a numerosi altri riconoscimenti internazionali, Netflix gli ha dedicato una puntata della serie Chef’s table. Pizza; Franco è anche l’attivatore del progetto “Pizza Hub” che coinvolge una quarantina di aziende agricole dei dintorni, tra le quali quelle di Mimmo e di Angelo, un’app che celebra le colline, i borghi, i vigneti, gli oliveti ai quali Pepe ha legato il suo mestiere e i produttori che, in quei luoghi, coltivano e trasformano materie prime identitarie. Ceniamo nel giardino dedicato a Ezio Bosso: ovunque c’è la sensibilità e la visione di Franco.

Da Pepe in Grani si utilizzano materie prime locali e stagionali e Presìdi Slow Food, si trovano pizze semplici e gourmet, sale diversificate per utilizzo e atmosfera: dietro a tutto c’è il pensiero di Franco, che ci dice: «In menù ho la “pizza a libretto”: costa solo 2 euro, perché voglio che chiunque possa sedersi nel mio locale, essere servito, mangiare qualcosa e bere dell’acqua spendendo 5 euro». Franco ha una grande brigata con sé: visitiamo sale e cucina e tutti ci accolgono, anche qui, col sorriso e le mani infarinate.

Un’azienda agriculturale

Il giorno dopo partiamo presto per muoverci verso sud, a Ceraso nel Cilento, per visitare l’azienda agricola “La Petrosa”: il progetto di Luigia Simona ed Edmondo che hanno deciso di continuare sulle orme dei nonni e dei genitori coltivando orticole, frutta e grani tradizionali; allevano polli, conigli e galline, capre e mucche per produrre uova e formaggi (tra questi il cacioricotta di capra del Cilento, Presìdio Slow Food); producono un olio evo pregiato e panificano tre volte a settimana nel forno a legna; utilizzano le materie prime autoprodotte nel loro stesso ristorante (dove tra l’altro c’è il banchetto del “book-crossing”) e hanno una bottega aziendale dove fanno vendita diretta ma soprattutto dove si fanno conoscere, narrando le loro scelte agroculturali.

Il sorriso di Edmondo ci porta orgogliosamente in visita alle stalle, costruite affinché gli animali possano decidere se uscire nei campi o restare dentro: la gestione attenta dei pascoli gli consente di rigenerare i terreni grazie alle deiezioni e allo zoccolamento, mentre gli scarti delle stalle vengono messi a compostare mischiati al cippato, rispettando la proporzione carbonio/azoto, alfine di ottenere un ottimo compost da utilizzare nei campi, in una prospettiva organica rigenerativa che tende al ciclo chiuso.

La Campania di slow food

Ci accomodano per pranzo, con amiche e amici della rete locale, sulla bellissima terrazza dove lo sguardo si allunga fino al mare e dove sempre spira una brezza gentile: Edmondo si siede con noi, contempliamo un paesaggio alla cui bellezza è difficile abituarsi, assaggiamo pietanze veraci ed equilibrate preparate per noi da Luigia e Simona che infine escono sorridenti dalla cucina per salutarci e ricevere con grazia i giusti complimenti.

Un’arena di paglia per combattere lo spopolamento

Ripartiamo dunque per Caselle In Pittari, provincia di Salerno, dove ci attendono nel pomeriggio per la presentazione del libro “Frammenti di storia delle civiltà del grano e del pane nel Mediterraneo” di Gianfranco Nappi. La presentazione si svolgerà giustamente in un campo di grano, al centro di un’arena delimitata da balle di paglia, accanto alla Biblioteca del grano “Nunni pirdimu”: un “labirinto” di grani tradizionali autoctoni, seminati per smarrirsi e ritrovarsi.

Ci accoglie Antonio Pellegrino, Presidente della Cooperativa Terre di resilienza, che dal 2005 realizza insieme ad altri contadini-attivisti il Palio del grano, vera e propria gara di mietitura. Antonio mette serena austerità nell’analisi della storia agraria dei luoghi e delle comunità che vi abitano, e passione affinché il patrimonio culturale, materiale e collettivo che tale storia ha generato non sia smarrito o negato, ma rimanga pratica territoriale comunitaria, in grado non solo di reiterarsi simbolicamente, ma di evolvere, rigenerare, trasformando «le terre dello svantaggio in terre del vantaggio».

È incredibilmente toccante quello che accade al centro di quell’arena di paglia, all’imbrunire: gli interventi che si susseguono inanellano analisi oneste, riflessioni alte e appelli appassionati, tutti gli astanti rapiti in una concentrazione quasi “solida” che ci fa sentire l’importanza concreta di essere in quel luogo, tutti insieme, a fare i conti col modello produttivo industriale capitalistico che lì, come in molte altre aree dell’Appennino, ha generato spopolamento e dissesto sociale, e a sforzarsi di immaginare una prospettiva sensata ed equa per gli esseri umani e il vivente tutto.

«I paesi sono i luoghi del fare: quando ci hanno detto “smettete di fare: comprate”, i paesi sono diventati inutili» afferma Giuseppe Cilento, Sindaco di S. Mauro Cilento. E ci trafigge con lucida semplicità la consapevolezza che partecipare a quel momento sia un atto politico.

La Campania di slow food
Caselle in Pittari, dalla pagina Facebook di @TerradiResilienza

La rigenerazione dei luoghi

Il giorno dopo ci vede risalire la Campania verso nord per raggiungere Quarto, Casa Mehari per l’esattezza: un luogo confiscato alla criminalità, sede della neonata Comunità Slow Food agriculturale flegrea per l’inclusione. Fa un certo effetto sapere che quella casa era dimora di un boss ma soprattutto colpisce la possibilità di una concreta “rigenerazione” dei luoghi e dei loro significati. Il fermento allegro, la gioiosa determinazione e lo spirito comunitario che precedono l’evento odierno, siamo certi saranno la cifra delle azioni di questa comunità che ha preso pubblicamente, davanti ad attivisti, istituzioni locali e giornalisti, un impegno importante: l’inclusività. La tutela della biodiversità flegrea, genetica ma anche culturale, avverrà in modo partecipativo e democratico, favorendo il dialogo, la condivisione e la cooperazione con altre realtà della bella autentica generosa rete Slow Food.

Nel giardino della dimora i ristoratori dell’area flegrea propongono piatti realizzati con materie prime locali: cucinano Nando Salemme (Hosteria Abraxas), Francesco D’Alena (Campi Flegrei Box), Ciro Verde (Cantine – Tenuta il IV Miglio), Tommaso di Meo (Home – Piccola Osteria Alternativa), Gabriella Barbati (Masseria Sardo) ma soprattutto veniamo serviti dagli splendidi ragazzi diversamente abili de “La Bottega dei Semplici”.

Di nuovo pane e rose, ancora grano e cuore in mano, in questa terra di Campania che accoglie e si dona a coloro che la visitano e ripartono col desiderio di tornare.

di Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia