Mitigazione, adattamento, agroecologia: per combattere il cambiamento climatico e garantirci un futuro

Mitigazione e adattamento guideranno il nostro futuro, o meglio: rappresentano già il nostro presente. Due semplici parole che dovrebbero orientare ogni nostra azione, ogni nostra scelta.

Sono le due strade da percorrere, probabilmente le uniche che ci restano per far sì che nel futuro prossimo il pianeta continui ad avere un aspetto vivibile, mantenga cioè condizioni climatiche compatibili con la vita degli essere umani.

Mitigazione e adattamento sono due strategie di contrasto ai cambiamenti climatici e non sono alternative l’una all’altra: bisogna percorrerle entrambe contemporaneamente. Il 6° Rapporto di valutazione sui cambiamenti climatici, pubblicato alcune settimane fa dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), lo ha ribadito per l’ennesima volta: le emissioni in atmosfera di gas a effetto serra, hanno scritto gli autori della pubblicazione introducendo il tema della mitigazione, «dovranno essere ridotte di quasi la metà entro il 2030, se si vuole limitare il riscaldamento a 1,5 gradi».

L’agricoltura: un settore fondamentale

Se mitigare ci spinge ad agire subito per scongiurare che nei prossimi decenni si verifichi il peggio, adattare significa ridurre al minimo i danni nell’immediato, sfruttando le opportunità a disposizione. E di opportunità ce ne sono: nel rapporto dell’Ipcc, ad esempio, si legge che «esistono opzioni di adattamento efficaci nel ridurre i rischi climatici in contesti, settori e regioni specifiche».

Ipcc: agroecologia per il clima

L’agricoltura è uno di questi settori e, sempre secondo gli esperti dell’Ipcc, una delle chiavi per rafforzare e sostenere «la sicurezza alimentare, la nutrizione, la salute e il benessere, i mezzi di sussistenza e la biodiversità, la sostenibilità e i servizi ecosistemici» è rappresentata «dai princìpi e dalle pratiche agroecologiche e dagli altri approcci che utilizzano processi naturali naturali».

Che cos’è l’agroecologia

L’agroecologia, dunque, è una valida opzione. Ma cos’è, e soprattutto come si mette in pratica, questa agroecologia?

Di certo, l’agroecologia riguarda il modo con cui si produce il cibo: comprende tecniche e pratiche fondate sull’uso sostenibile delle risorse locali rinnovabili, per essere un’agricoltura che non destabilizza il sistema terrestre.

Oltre a non prevedere l’utilizzo di chimica di sintesi, l’agroecologia promuove la cosiddetta biodiversità funzionale, creando habitat in cui le diverse forme di vita (insetti, colture, microrganismi che abitano il suolo) si stimolino vicendevolmente per rafforzare il sistema immunitario dei sistemi agricoli. Fondamentale importanza viene data al suolo, la cui fertilità rappresenta una risorsa da difendere, e all’acqua: non solo quella con cui irrigare, ma soprattutto quella che si trova nel terreno, da proteggere anche attraverso pacciamature e coperture erbacee del terreno. Nel discorso sull’agroecologia rientra naturalmente anche l’allevamento, in particolare per quanto riguarda gli abbinamenti tra colture e bestiame: integrando questi due fattori, è possibile ottenere un’elevata produzione di biomassa e un riciclaggio ottimale dei nutrienti, ulteriore risorsa da utilizzare per affrancarsi dalla chimica di sintesi.

Ipcc: agroecologia per il clima
Pecorino di Osilo, Presidio Slow Food. Foto da Archivio fotografico di Slow Food

Ma l’agroecologia non è soltanto la somma di tecniche, pratiche e abitudini in agricoltura e allevamento: promuovere l’agroecologia, infatti, significa difendere il diritto globale al cibo, opporsi alla privatizzazione della produzione (a cominciare dai monopoli sulle sementi) e sostenere la sovranità alimentare. Ecco che, da arma contro la crisi climatica, l’agroecologia può quindi rivelarsi anche strumento nella lotta alle ineguaglianze sociali.

Marco Gritti, m.gritti@slowfood.it
da Il Manifesto del 16 aprile 2023


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