Informazione

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è informazione.

Ognuno di noi, nei primi anni di età, impara la propria lingua madre. Fino a poco tempo fa, assieme a questa lingua si imparava una cultura alimentare che apparteneva alla famiglia e veniva trasmessa con meccanismi molto simili a quelli dell’apprendimento del linguaggio. Nel tempo, la situazione si è modificata e oggi ci troviamo con questi fattori che si rincorrono e interagiscono: l’abbassamento del livello culturale medio in tema di cibo; la produzione di un ventaglio alimentare molto più ampio, che comprende anche, fatalmente, una maggiore quantità di cibo oggettivamente di minore qualità.

È nato prima l’uovo o la gallina?

Ovvero: è stato possibile immettere sul mercato cibo scadente perché i consumatori non erano più in grado di riconoscere la qualità, oppure l’industrializzazione delle produzioni alimentari ha portato in maniera graduale a un abbassamento della soglia di attenzione da parte di una società che richiedeva un cibo sempre più “funzionale” (facile e veloce da preparare) e sempre meno sostanziale?

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Ormai non è importante capire il meccanismo, è più urgente correre ai ripari. Perché al posto dei cibi che si consumavano cinquant’anni fa ce ne sono altri che hanno lo stesso nome a non la stessa sostanza, e allora, per riconoscere la qualità del cibo di cinquant’anni fa ci servono informazioni, parole.

Un esempio: un negozio di specialità alimentari nel centro della città in cui vivo tempo fa esponeva in vetrina un cartello che recitava: «Pane biologico, da farine integrali macinate a pietra, cotto nel forno a legna». Per leggerlo tutto bisognava rallentare un po’ o addirittura fermarsi qualche secondo. Cinquant’anni fa per vendere esattamente lo stesso prodotto il negoziante avrebbe messo fuori un cartello con su scritto «Pane». Quel negozio di “specialità alimentari” in realtà vendeva pane, formaggio, salame, acciughe sotto sale. Non anatre laccate, grilli fritti o serpenti in agrodolce. Ma oggi quel pane di qualità ha bisogno di molte parole, per essere riconosciuto, per essere venduto, e per essere pagato al prezzo che merita.

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Nel volgere di due generazioni siamo passati dalla possibilità di accedere a un’eccellente educazione alimentare e del gusto che avveniva quasi in assenza di parole, grazie a una trasmissione culturale basata sui comportamenti, sull’alimentarsi stesso, sull’osservazione, alla necessità di disporre di strumenti formali di apprendimento, alla necessità di una grande quantità di parole per creare quel minimo di cultura e di conoscenza che ci possa guidare nelle nostre scelte. I buongustai contemporanei non si fidano di un cartello su cui sia scritto solo «Pane».

La descrizione che ci danno le spoglie etichette dei formaggi non ci dice nulla di interessante. Ci servono molte più parole. Un’informazione di qualità deve dirci cosa serve a noi, non a chi propone l’alimento in questione. Se ci dicono che una macedonia di banane, ananas, papaya e mango è “made in Italy”, stanno dicendo una cosa utile al produttore, perché la legge prevede che si possa marchiare come made in Italy un prodotto che abbia subito in Italia l’ultima fase della trasformazione (taglio e inscatolamento); ma a noi serve? O ci confonde solo le idee, perché noi abbiamo più buonsenso della legge e se leggiamo “made in Italy” pensiamo che la frutta sia italiana, e qualcosa non ci torna? Diteci da dove viene e come è stata coltivata la frutta che mangeremo.

Un’informazione di qualità ci deve dire cose vere e che non sappiamo

Un’informazione di qualità ci deve dire cose vere e che non sappiamo, cioè che non siano già implicite nella definizione del prodotto. Se ci dicono che il formaggio è fatto con latte, caglio e sale, ci dicono cose che sappiamo già, è così che si fa il formaggio. Quello che ci devono dire, per ogni cibo come per ogni fatto di cronaca, sono le famose cinque “w” del giornalismo: cosa, chi, dove, quando, perché. Un’informazione di qualità, se non è in qualche misura, sia pure legale, programmata per la frode, ci deve dire le cose in modo che possiamo comprenderle, senza inventare formule affascinanti ma di scarsa sostanza e senza proporre parole più o meno inventate e comunque incomprensibili ai più: il “bifidus actiregularis”, se ci fosse rimasto un po’ di buonsenso, dovrebbe produrre i suoi effetti al solo sentirlo nominare.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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