In fuga dal clima

alluvioneSono moltissimi i fenomeni meteorologici estremi che negli ultimi tempi hanno costretto a spostarsi oltre 157 milioni di persone. Stando ai dati più recenti, l’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc) – creato nel 1998 per monitorare gli spostamenti interni delle popolazioni contribuendo a migliorare la capacità degli Stati di proteggere e assistere milioni di persone nel mondo – ha denunciato come oggi le persone abbiano il 60% in più di probabilità di dover abbandonare la propria casa rispetto al 1975. Anche noi abbiamo affrontato l’argomento grazie alle riflessioni di Papa Francesco, che analizza gli effetti del cambiamento climatico e della mancanza di rispetto per il nostro pianeta: la prima conseguenza delle migrazioni causate dalle catastrofi ambientali è l’intensificazione della competizione tra popolazioni per il controllo e l’utilizzo delle risorse naturali. Nel rapporto Migrazioni e cambiamento climatico Cespi, Focsiv e Wwf Italia chiedono “una riflessione sugli strumenti legali internazionali, affinché non siano discriminanti verso le persone in difficoltà o che hanno necessità di spostarsi”, riconoscendo “i diritti a chi fugge dai sempre più frequenti disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici”. Occorre quindi “creare nuovi regimi dei flussi a livello regionale fondati sul riconoscimento dei diritti dei migranti, integrati nei piani di adattamento al cambiamento climatico”.

L’ampio uso che si fa del termine “rifugiato” in riferimento alle persone sfollate o costrette a spostarsi per cause legate al cambiamento climatico non significa che essi siano riconosciuti come tali dal diritto internazionale. Ioane Teitiota, abitante del piccolo stato insulare di Kiribati emigrato in Nuova Zelanda, non è riuscito a ottenere lo status di rifugiato, perché la convenzione di Ginevra del 1951 assicura protezione giuridica soltanto a chi è vittima di persecuzioni, tra cui non rientrano quindi le cause ambientali. Chiunque non soddisfi le condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato è considerato un migrante volontario o economico. In mancanza di palesi ragioni legate alla razza, alla nazionalità o a un’opinione politica, non ci sono tutele giuridiche. Eppure i flussi che nascono per ragioni ambientali nella maggior parte dei casi sono altrettanto inevitabili. Le dinamiche esistenti obbligano a ricostruire il concetto di rifugiato adattandolo alle nuove problematiche che hanno a che fare con il clima. Ma solo in circostanze eccezionali, come lo tsunami nell’Oceano Indiano del 2004. La necessità di introdurre nuovi strumenti giuridici per i profughi climatici è stata oggetto di dibattito in tutte le più recenti conferenze sui cambiamenti climatici, purtroppo ancora nulla è cambiato.

Ma torniamo alle previsioni: lo scenario più estremo dell’ultimo Rapporto dell’Intergovernmental Panel On Climate Change (Ipcc) prevede entro il 2100 un incremento dell’innalzamento del livello dei mari di 98 centimetri. James Hansen, eminente climatologo già direttore del Goddard Institute For Space Studies (Giss) della Nasa, prevede un possibile aumento del livello del mare di cinque metri entro cinquanta anni, se si raggiungessero e superassero i 2 gradi di aumento della temperatura, quei fatidici 2 gradi al centro delle discussioni in corso a Parigi.

L’aumento dei livelli dei mari e l’intensificarsi dei fenomeni atmosferici devastanti porterebbe intere popolazioni a subire enormi difficoltà nel soddisfacimento dei bisogni elementari, specie se alla scarsità dei beni di prima necessità e alla gravità dei fenomeni meteorologici estremi si assoceranno conflitti per il controllo delle risorse, aumento della violenza e disgregazione sociale. Gli effetti del cambiamento climatico interagiscono inoltre con altre variabili, come le politiche di uso del suolo e di gestione della risorsa idrica. Cementificazione e pratiche agricole che riducono la capacità del terreno di assorbire l’acqua, accaparramento di terre e land grabbing, che influiscono direttamente sulla capacità delle popolazioni di produrre il proprio cibo, amplificano gli effetti dei cambiamenti climatici, ponendo le premesse per migrazioni forzate. Quindi che possiamo fare? Facciamo sentire la nostra voce firmando l’appello di Slow Food Non mangiamoci il clima, per fare in modo che l’agricoltura e le tematiche legate al cibo siano prese nella giusta considerazione ai negoziati della COP21. E poi possiamo salvare il pianeta ogni giorno con semplici gesti, scegliendo cibo locale che rispetti i diritti di chi lo produce e di chi lo mangia.

Alessia Pautasso

a.pautasso@slowfood.it

Fonti:

Repubblica.it

Pagina 99 Weekend

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