In difesa dei borghi d’Italia

Quando, qualche anno fa, un gruppo di cittadini ha deciso di costituire la comunità dei “custodi dei castagneti”, in alta valle Tanaro, al confine tra Piemonte e Liguria, sembrava un esercizio di amarcord. Recuperare l’economia della castagna, valorizzare quei boschi, aprirli ai visitatori promuovendone la scoperta, mettere in rete la ristorazione affinché sostenesse la castagna locale come prodotto identitario appariva come un progetto nel migliore dei casi marginale. Ora, a distanza di tempo, questa idea è realtà e sta contribuendo a ricostruire una microeconomia in un’area montana a forte rischio abbandono e spopolamento.

Valli dell’Alto Tanaro © Sandro Bozzolo

Da un altro punto di vista, quando sono partiti i primi bandi a sostegno delle attività commerciali di prossimità nelle aree interne, sembrava un indebito tentativo di contrastare un naturale processo di concentrazione del commercio nei comuni più grandi e popolati. Eppure anche questa misura sta iniziando a dare risultati interessanti, con piccole attività che ripartono e giovani che restano o addirittura tornano. Perché le botteghe sono l’anima dei borghi, perché sono luoghi in cui si ri-costruisce comunità e appartenenza e dove rinascono servizi fondamentali per gli abitanti, dagli alimentari alla parafarmacia all’edicola al bar, magari tutti riuniti nello stesso luogo fisico. La bottega moderna è infatti tutto questo, e le nuove tecnologie consentono di integrare ulteriori servizi come ad esempio il ricevimento e l’invio di pacchi.

Di pari passo si potrebbe parlare dei forni comunitari, che negli ultimi anni hanno visto un nuovo sviluppo e che interessano sempre più territori, segno di una voglia e di un bisogno di comunità e di partecipazione, di cooperazione e di collaborazione. Un esempio è quello di Cerignale, in alta val Trebbia, ma vale lo stesso per Oulx in val Susa o per Pescomaggiore in provincia dell’Aquila.

Il tema della rivitalizzazione delle aree marginali è centrale: i borghi occupano più del 50% del territorio italiano e rappresentano un inestimabile patrimonio di biodiversità culturale, agricola, gastronomica, naturalistica e architettonica.

Tutto questo è e può diventare fonte di ricchezza se collocato in un disegno di economia circolare, ri-localizzazione, promozione di un turismo ecologico vero. L’agricoltura può e deve ovviamente essere al cuore di questo processo, perché è il comparto che maggiormente può mettere a valore, attraverso pratiche virtuose, queste risorse. Occorre, però, che i finanziamenti non siano distribuiti a pioggia, ma, ad esempio, indirizzati a chi in montagna fa veramente allevamento e ci vive, perché è una delle attività qualificanti: tutela l’ambiente, contribuisce a rendere fertili terreni, fornisce prodotti gastronomici buoni.

Veduta del borgo di Pitigliano © Paolo Andrea Montanaro

Da poco si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Nuto Revelli, che forse più di ogni altro seppe cogliere un’Italia che cambiava e un paradigma che veniva stravolto. Il suo racconto di come la civiltà rurale con i suoi riti e le sue consuetudini sia stata soppiantata in maniera rapidissima dal modello del capitalismo globalizzato è, insieme alle analisi di Pierpaolo Pasolini e di Mario Rigoni Stern, una delle eredità più grandi dell’analisi sociologica dal dopoguerra fino agli anni settanta. E tuttavia, a fronte di un continuo spopolamento dei piccoli paesi (2000 comuni, in prevalenza montani, hanno perso più del 20% della popolazione negli ultimi 40 anni, con 300 che hanno una percentuale di spopolamento che va dal 50 all’ 80%), oggi qualche segnale positivo rispetto a una possibile inversione di tendenza lo possiamo intravedere. È necessario però intervenire per garantire servizi necessari a consentire alle persone di non abbandonare i piccoli borghi. È recente il grido degli amministratori dei piccoli comuni del cuneese che chiedono che vengano incentivati i medici di base disposti a lavorare in queste aree. Allo stesso tempo, i piani di riordino amministrativo che interessano le scuole così come gli uffici postali o i trasporti pubblici dovrebbero tenere a mente che senza servizi una comunità non ha futuro. Nel disegno e nell’implementazione delle politiche pubbliche varrebbe la pena ragionare, come sottolinea Massimo Castelli, sindaco di Cerignale e coordinatore dell’Anci per i piccoli comuni, non solo sul numero di abitanti. Infatti, se diminuiscono i servizi a ruota diminuiscono gli abitanti avviando un circolo vizioso difficile da invertire. Le potenzialità delle aree marginali al contrario sono enormi: le nuove tecnologie consentono anche alle zone più remote di essere connesse, di fare rete.

Dobbiamo essere in grado di pensare un’Italia in cui il benessere sia diffuso e in cui sia possibile costruire opzioni di vita promettenti a tutte le latitudini. Il vero simbolo dell’italianità e del “savoir-vivre” del Bel Paese abita nei piccoli borghi.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it
Da La Repubblica del 12 agosto 2019

 

Qualche dato.

  - I piccoli comuni accolgono circa 10 milioni di abitanti ma occupano il 54% della superficie del territorio nazionale

- oltre 300 comuni negli ultimi 40 anni hanno visto la popolazione calare di oltre il 50%, con picchi fino all'80%. 700 comuni hanno perso almeno il 40% degli abitanti

- i piccoli comuni, soprattutto al sud, tendono ad avere un reddito pro capite più basso della media e un'età media proporzionalmente più alta rispetto ai centri urbani

- ancora più di 1100 comuni, in prevalenza montani, non sono allacciati alla rete del metano, con conseguenti costi più alti per riscaldamento e maggiori disagi

 

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