Il sentimento della terra – Ricordo di una conversazione con Ermanno Olmi

Ci ha lasciato oggi Ermanno Olmi, maestro di cinema, ma soprattutto maestro di vita, amico e poeta e cantore di quella che lui stesso definì come «unica, vera, insostituibile civiltà che si può definire compiuta»: la civiltà contadina.

Lo ricordiamo con questa conversazione, tra lui e Carlo Petrini, alla vigilia del Forum mondiale di Terra Madre 2006, quando Olmi iniziò il documentario che è diventato un manifesto politico delle comunità contadine in tutto il mondo.

Nel suo capolavoro L’albero degli zoccoli, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1978, Ermanno Olmi, figlio di una famiglia operaia della provincia bergamasca, si rivelò un ineguagliabile narratore della civiltà contadina. Successivamente, nel 1992, diresse Lungo il fiume, un magistrale documentario sul Po in cui indaga, prendendo spunto dall’ecologia, il complesso rapporto tra uomo e natura. Nel 2006 Olmi tornò su temi non dissimili, presentandosi a Terra Madre per filmare l’arrivo e la permanenza in Piemonte di oltre 5000 contadini, pastori e agricoltori provenienti da 150 Paesi diversi, i loro volti, i loro abiti colorati, le loro parole. Alla vigilia dell’evento, ebbi con lui uno scambio di impressioni su dove stava andando la nostra Madre Terra.

CARLO PETRINI Non vedo al mondo persona più adatta di te a cogliere in tutte le sue sfumature Terra Madre. L’albero degli zoccoli è senz’altro la testimonianza più alta di quello che è stato il mondo rurale. Proprio perché gli attori di quel film erano contadini autentici, perché si sentivano vicini a quel tipo di società, perché ogni attrezzo, la casa e la stalla erano quelli veri, vedere oggi quel film ha una valenza davvero etnografica. Per contro Terra Madre ci pone di fronte all’esigenza – ma anche all’opportunità – di poter capire, condividere e intercettare un’autentica tempesta di emozioni, frutto dell’incontro e dello scambio. Come si fa a cogliere uno stato d’animo con la macchina da presa?

ERMANNO OLMI Non ti nascondo la difficoltà che avverto, quasi il disagio, nel descrivere una tale complessità. Occorre avere i cromosomi per percepire la tensione emotiva di un evento di questa portata. Io non ho visto di persona la prima edizione di Terra Madre, non riesco dunque ancora a cogliere in pieno la potenza, il sentimento vero e profondo di questo evento. Percepisco qualche cosa di forte ma non lo provo ancora e sarà così finché non vedrò con i miei occhi. È come quando si ha di fronte una coppia di innamorati, si può capire, ci si può immedesimare in uno di loro immaginando quello che prova ma non è come provarlo sulla propria pelle. È solo un “pre-sentimento” e non ancora un sentimento vero e proprio. Quando sarò lì capirò il senso e l’emozione che ruota intorno a Terra Madre, voglio fissare attraverso le telecamere la felicità della Terra, filmare questo atto di amore tra la Terra e le persone con cui lei è in confidenza e, tramite questo magnifico mezzo che è la pellicola, rendere chiaro a tutti il senso di Terra Madre.

CP – In questi mesi in cui hai cominciato a riflettere sul lavoro che ti attende a Terra Madre, quali sono gli intenti che hai maturato in funzione del documentario?

EO – Quello che mi riprometto di fare è un film corale che racconti la via maestra ritrovata. C’è un interrogativo retorico, spesso frequentato ma senza risposta: «Chi siamo e dove andiamo?». In una testimonianza che il filosofo Hans Jonas ci ha lasciato nel suo ultimo scritto del 1993 è possibile trovare una traccia. Secondo lui le tensioni razziali che hanno dominato in modo drammatico il Novecento, mostrandosi impenetrabili al progresso della razionalità, sono destinate a divenire irrilevanti di fronte a un nuovo problema che è venuto alla luce a partire dalla seconda metà del secolo appena trascorso: la sfida che un intero ambiente in pericolo getta in faccia all’umanità. Stretto da questa sfida il genere umano per la prima volta diventa un tutt’uno; tutt’uno nello spogliare la propria casa terrena, tutt’uno nel condividere il destino della propria rovina, tutt’uno nell’essere il possibile salvatore di entrambi: la Terra e se stesso. Una volta era la religione che ci minacciava con il giudizio alla fine dei nostri giorni, ora – sempre secondo Jonas – è l’alterata condizione del nostro pianeta che predice l’arrivo di tale giorno senza nessun intervento divino. Ebbene, credo che un film che documenti Terra Madre possa essere l’occasione per riflettere su questo punto.

CP – Il mondo rurale vive una condizione di osservatore privilegiato rispetto a quello che è l’incessante mutare della natura, convieni con me?

EO – Mi viene in mente un passo delle Georgiche di Virgilio, in cui il poeta romano parla di un vecchio contadino che ha un minuscolo pezzetto di terra, una cosa misera, quasi incoltivabile, dove a malapena riesce a far crescere qualcosa per avere un piccolo orto. Eppure, dice Virgilio, nemmeno i re potevano godere dei frutti della terra come faceva lui. Era il primo, ogni primavera, a godere del profumo di una rosa.

CP – Tra i contadini che vengono in Italia per Terra Madre molti non si sono mai immaginati prima di poter compiere un tragitto tanto lungo. Se penso a mia nonna mi viene in mente che sono sufficienti le dita di una mano sola per contare il numero di volte in cui lei è uscita dal Piemonte. Oggi, invece, la nostra società è assuefatta al viaggio, momento che è diventatoquasi scontato. Per tanti uomini e donne di Terra Madre il tragitto che compiono per giungere fino in Italia ha un significato che per noi è addirittura difficile comprendere. Arrivano a Torino dopo giorni e giorni, attraversando climi e regioni che mai avevano sperato di conoscere e si ritrovano per discutere problemi e aspirazioni che condividono con migliaia di altre persone dalla provenienza più disparata. Come pensi di misurarti rispetto alla straordinaria valenza del viaggio all’interno di Terra Madre?

EO – Io sono pronto a filmare il popolo di Terra Madre in Italia, ma proprio per poter cogliere il senso più profondo di quello che fanno nel quotidiano, nelle loro case e nei loro villaggi, non posso essere io, coi miei occhi di straniero, a viaggiare per andare da loro e documentare come trascorrono la vita nei due anni che ci separano da qui a quando torneranno nel nostro Paese per la prossima edizione. È la ragione per cui questo documentario sarà molto diverso da ogni altro, quasi anomalo. È mia intenzione chiedere a registi che vivono negli stessi Paesi delle comunità di andare dai loro contadini per farsi aprire le porte dei saperi tradizionali di chi lavora la terra e filmare. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Abbas Kiarostami, potrebbe essere lui a documentare la vita delle comunità iraniane al ritorno a casa.

CP – A proposito di saperi, occorre essere coscienti che ci troviamo a voler documentare un materiale immenso. Eppure corriamo il rischio che in meno di dieci anni molti dei saperi tradizionali di cui stiamo parlando potrebbero non esistere più. Per questa ragione all’apertura di Terra Madre l’assemblea vorrà fare proprio un messaggio di Claude Lévi-Strauss il quale, a 98 anni, ci invita a fare in fretta perché ormai viviamo in una situazione di etnologia di emergenza. «Quando sono nato io – dice –, sulla Terra eravamo un miliardo e mezzo, a metà della mia vita eravamo tre miliardi, adesso siamo sei miliardi e 300 milioni, tra quarant’anni si supereranno i dieci miliardi. La memoria di quel miliardo e mezzo, stemperata in dieci miliardi di nuovi soggetti è destinata a diluirsi e dissolversi ». Io avverto, dunque, l’esigenza di un lavoro di archiviazione. Sembra che i giovani abbiano tutti l’ambizione di diventare Martin Scorsese, invece, un lavoro semplice e prezioso sarebbe far sedere una persona anziana di fronte a una cinepresa, chiedendole di raccontare la sua vita.

EO – Avverto il problema, purtroppo lo spettro di quello che studiano è troppo ampio, lo sperimento anche con ragazzi di Ipotesi Cinema, il mio laboratorio per le idee e le immagini. Eppure, anche per la nostra società, una ciambella a cui aggrapparsi per trarsi in salvo esiste e sai qual è? La salvezza è il cibo, la casa, gli affetti. Le società moderne devono riuscire a trasmettere anche al ragazzo che studia ingegneria l’idea che nella vita ci sono delle priorità, e lui deve sapere che queste sono proprio il cibo, la casa e gli affetti, elementi fondamentali che danno un senso all’esistenza. Senza soddisfare queste esigenze primarie, dopo che si saranno laureati, dopo che saranno diventati degli ottimi professionisti, i nostri ragazzi si porranno la domanda «Chi amo io? Chi mi ama? Dove sto? Dove vivo? Chi sono i miei amici?». Se non hanno questo, il rischio è che scarichino tutto sul lavoro e sulla carriera, senza costrutto.

CP – Mentre parliamo di comunità del cibo, del lavoro che si sforzano di fare in armonia con la natura e le sue leggi, senza abusare della generosità della terra e del mare, non possiamo esimerci da una riflessione sul nostro modo di intendere l’ambientalismo che, secondo me, sta mostrando limiti evidenti perché non è stato in grado di guardare alla sapienza contadina e da lì attingere.

EO – Ho avuto occasione di rendermene conto, girando un documentario sull’abbattimento delle vecchie acciaierie di Sesto San Giovanni. I ruderi vengono buttati giù ma senza cancellare tutto, per conservare memoria del sudore versato in quei luoghi. Ora, quel mondo lì non c’è più, lentamente sparisce e ne subentra un altro ma non è semplice. Solo per rigenerare il sottile strato di terra su cui sorgerà il nuovo ci vogliono più di due anni di risanamento sotto la supervisione di scienziati di tutto rispetto. Non è facile restituire alla terra la possibilità di esprimersi secondo la sua natura. Il mondo ha bisogno di interventi come questo ma anche in simili percorsi ci sono delle insidie. Ricordo un mattino in cui tutti trafelati siamo accorsi per riprendere le operazioni di bonifica. Alcuni volontari, assistiti da un vasto schieramento di persone, stavano cercando di portare via dalle piscine, che una volta contenevano l’acqua di raffreddamento degli altoforni, una famigliola di rane, non più di cinque o sei. Abbiamo filmato tutte le fasi, dalla pesca dell’ultimo anfibio fino al rilascio delle rane in un laghetto del Parco Nord. Appena terminato tutto, spenta la telecamera per venire via, si avvicina una vecchina curiosa. «Ma – esclama – sono rane quelle? Adesso le tartarughe se le mangiano, in tutti questi palazzi non appena i bambini si stufano dei loro animaletti tropicali, i genitori le liberano nel parco e loro mangiano tutto». Tutta la fatica che avevamo fatto, i volontari, noi e quanti sono intervenuti era stata piuttosto inutile. Nonostante la buona volontà, è quello che succede quando si estremizzano i problemi.

CP – Riprendiamo il filo del discorso sul documentario di Terra Madre. Bisogna provare a pensare su quali persone e quali comunità soffermarsi durante la manifestazione per poi farle seguire dai loro registi quando rientreranno a casa. Non può mancare l’Italia. Occorre una testimonianza dall’Africa, la casa d’origine dell’umanità. Della sconfinata Asia già solo l’India merita un’attenzione tutta particolare, una civiltà agricola antichissima che sta vivendo un dramma enorme: nelle campagne si registrano migliaia di suicidi all’anno perché i contadini non hanno i soldi per pagare le sementi e i pesticidi di cui le multinazionali li hanno resi schiavi. Il Medio Oriente, con oltre 20 comunità – libanesi, israeliani e palestinesi, iraniani e afgani – sarà adeguatamente rappresentato. L’America latina, misto di Europa e di sincretismo, va seguita. Così come il Nord America ricco e industrializzato, la capitale dell’impero che sta cominciando a produrre esperienze validissime quali i farmers’ markets o la Community-supported agriculture. Come districarsi nella moltitudine dei 5000 che saranno a Terra Madre?

EO – Tutto il materiale che riusciremo a filmare a Torino dovrà essere organizzato, da lì dovremmo trarre dei piccoli frammenti di realtà da affidare ai registi locali in modo che possano proseguire il lavoro iniziato da noi tra il 26 e il 30 ottobre. Io ho in mente le immagini che mi avete mostrato di quel signore afgano, austero, dignitoso con il suo vestito tradizionale, e del figlio che parlava al suo fianco. Quando avrò una scena così della nuova edizione di Terra Madre potrò chiedere a chi lavorerà laggiù di andare a cercare l’uomo delle immagini e filmarlo nel suo vivere quotidiano, anziché continuare a guardare a Hollywood. E sono sicuro che saprà fare un ottimo lavoro. In questi Paesi anche gli autori e i loro giovani registi sono più bravi perché vivono ancora di cose vere. Ed è improprio definirli sottosviluppati o in via di sviluppo, rispetto alla nostra realtà. Piuttosto siamo noi a essere protesi verso uno sviluppo insostenibile.

 

Tratto da: Carlo Petrini, Voler bene alla terra – Dialoghi sul futuro del pianeta, Slow Food Editore, Bra 2014

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