Il guaranà che salva la foresta

Obadias Batista Garcia appartiene al clan Waraná, del popolo Satere-Mawe. È nato a Ponta Alegre un piccolo villaggio a ridosso del fiume Andirá. Un tempo questo antico popolo viveva in un territorio più vasto dell’Italia, oggi i 13 mila Satere rimasti vivono in un’area protetta di 788.527 ettari tra gli stati Amazonas e Pará. Obadias ha vissuto fino ai dieci anni nel villaggio, in mezzo alla foresta: «Vivevamo nell’abbondanza, c’era cibo e materie prime che presto hanno attirato l’attenzione».

Mi racconta Obadias di quando gli esploratori hanno attraversato il fiume, in cerca di legna (Pau-Rosa, Massaranduba, Itaúba Balata, Sorva, Itaúba, Cedro) e frutti spontanei di cui la foresta è generosa: noce del Brasile, copaíba, andiroba, açaí, buriti, patawa, bacaba. «Coltivavamo anche manioca, patate dolci, zucche, tajá. Io aiutavo mio padre: scambiavamo i prodotti raccolti e coltivati con cibo il cibo che arrivava della città. Ma ci fu chiaro fin da subito che non eravamo noi a guadagnarci». Tanto che all’inizio degli anni Settanta la famiglia Garcia lascia il villaggio in cerca di fortuna. Purtroppo però trovano il dolore. Il papà di Battista muore in un incidente stradale: «Abbiamo vissuto un incubo orribile e abbiamo fatto ritorno al villaggio».

È il 1984 e tutto è cambiato, il progresso è arrivato e ha il sapore del cibo industriale che ha sostituito colture e gastronomia tradizionale e portato «nuove e sconosciute malattie: ipertensione, eccesso di colesterolo, appendicite, malnutrizione, tumori da noi prima sconosciuti».

Nello stesso anno Obadias si sposa e presto arrivano tre bambini: «Fu allora che mi venne l’idea di darci un’organizzazione e rivendicare i nostri diritti: con il progresso sarebbe dovuto arrivare anche un sistema sanitario per guarirci, una scuola per i nostri figli, un sistema di trasporto che ci tirasse fuori dall’isolamento». Obadias mette insieme 14 famiglie che lo nominano tuxaua (una sorta di sindaco) del nuovo villaggio Novo União. L’esperimento funziona e Obadias prosegue dritto per la strada che aveva appena tracciato e che lo porta a garantire un futuro alla propria gente. Perché una volta sistemato il villaggio dal punto di vista logistico-organizzativo, bisognava dargli una fonte di sostentamento che rispettasse persone e ambiente. E per farlo presto si rende conto che deve riuscire a partecipare e rafforzare le organizzazioni che lavorano per rappresentare e far valere i diritti delle popolazioni indigene.

«Sono stato nominato coordinatore del Consiglio generale del popolo Sateré-Mawé e poi eletto segretario al Coordinamento delle organizzazione indigene dell’Amazonia brasiliana. È da qui che Obadias inizia il percorso per valorizzare il garanà (waranà in lingua indigena) e ricevere il giusto compenso per il suo popolo. «All’inizio non fu facile e all’interno del Coordinamento non capirono le mie intenzioni. Poi incontrai un italiano, Maurizio Fraboni, che in una parola tradusse la nostra necessità di far conoscere il nostro prodotto con il giusto valore: mercato equo e solidare».

Grazie a Maurizio i Satere-Mawe iniziano la commercializzazione tramite i canali di Altromercato. Tutto ha inizio con un primo ordine di 20kg destinati all’Italia, il prodotto ottiene il meritato successo e i Waranà mettono in piedi una rete di produttori: «Non fu facile sensibilizzare il nostro popolo e trasmettere l’importanza di difendere e rinascere la nostra gastronomia tradizionale. Ormai era molto più facile acquistare cibo industrializzato. Insistere è servito». Oggi il Waranà nativo dei Sateré-Mawé è tutelato da un Presidio che collabora per la difesa del popolo Sateré-Mawé dalle pressioni delle multinazionali che puntano alla riproduzione del guaraná attraverso un’agricoltura di tipo industriale di larga scala. «Il grande obiettivo del Presìdio è far riconoscere i saperi Sateré-Mawé come patrimonio culturale immateriale brasiliano e dell’umanità».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 9 agosto 2018

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo