Visioni dall’alto: il futuro della castanicoltura italiana tra tradizione e innovazione

Il 12 e 13 giugno scorsi il borgo di Piteglio ha ospitato la prima Conferenza della Rete dei Castanicoltori Slow Food, raccogliendo diversi tra fondatori, associati e simpatizzanti. A ricercatori ed esperti in materia di gestione forestale e del patrimonio castanicolo italiano, si sono affiancati anche gli amministratori locali, affascinati dalle sinergie che la comunità castanicola sta dimostrando di promuovere; sinergie tipiche dell’ecosistema “castagneto”, che sembrano caratterizzare sempre più l’approccio di chi questo ecosistema lo cura, con la dedizione e l’attenzione di un custode.

Si è parlato di custodia del castagneto e di tutela del territorio montano e delle sue comunità in maniera più approfondita che di agricoltura, gestione forestale, produzione di castagne e farina – nonostante tutte queste attività rientrino a pieno titolo tra quelle di cui la rete si occupa.

La custodia del castagneto tradizionale risulta essere il cuore pulsante del progetto della rete: come indicato anche nel Manifesto, di cui si chiede il rispetto a chi intende associarsi, il castagneto rappresentava e rappresenta tutt’ora una ricchezza dal valore inestimabile. Non soltanto quando declinato nell’economia agricola delle aree interne, ma anche nel contesto sociale, ambientale, paesaggistico, ricreativo, nutrizionale. L’obiettivo, tanto ambizioso quanto concreto, della rete è quello di rigenerare le Terre Alte attraverso la promozione del recupero e dell’incremento della castanicoltura tradizionale, praticata fino a pochi decenni fa in tutta la Penisola italiana – con rarissime eccezioni.

castanicoltura italiana
Nello scatto di Francesco Sottile, l’esterno delle tradizionali casette in pietra nel bosco di Capranica Prenestina, nelle quali avviene l’essiccatura delle castagne

Come riconoscere le pratiche economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibili, e distinguerle da altre meno virtuose che minano il raggiungimento di questo obiettivo? Parlare di castanicoltura tradizionale significa promuovere il rispetto di una filiera che dal principio prevede la diffusione di varietà locali innestate su castagna europea (Castanea Sativa Miller), condanna l’utilizzo di chimica di sintesi in favore di pratiche tipiche della coltivazione biologica, premia le tecniche tradizionali di coltivazione, raccolta, essiccazione e molitura della castagna.

Queste regole rappresentano al tempo stesso premessa per l’ottenimento di un prodotto (la castagna, il marrone) di qualità e garanzia di una presenza benefica dell’uomo sulla montagna, il quale, gestendo il proprio castagneto, permette la sussistenza di un ecosistema favorevole allo sviluppo di fauna e flora sane e vigorose e l’innescarsi di circuiti virtuosi. Tra questi, di grande rilevanza sono i meccanismi di regolazione della CO2 e dell’H2O: il castagneto risulta infatti essere un valido alleato nella regolazione dell’anidride carbonica in atmosfera, nonché agente importante nel contenimento del dissesto idrogeologico. Si tratta di alcuni tra i servizi ecosistemici che vengono meno in conseguenza dell’abbandono di ettari ed ettari di castagneto. L’abbandono che si registra in tutta la penisola italiana è visibile ad occhio nudo in termini di spopolamento delle aree interne, oltre che percepibile economicamente visto il calo della produzione locale, nonostante la domanda crescente di prodotto (legno e castagna).

La castanicoltura tradizionale è quindi perfetto esempio del risultato di un equilibrato rapporto tra uomo e montagna, di cui sono ormai sempre più rare le testimonianze. Un sinallagma che lega uomo e natura, società e territorio, naturalmente bilanciato in quanto si fonda su una gestione sostenibile della risorsa castagneto, che non deve risultare sfruttata bensì continuamente stimolata a rigenerarsi. In questo senso, la “Civiltà del Castagno”, come rievocata dal dottore forestale ed esperto di storia locale Italo Pizzati, era rappresentativa di un sistema agro-silvo-pastorale che ha fatto del castagno non solo l’albero del pane, ma “l’albero della casa, del maiale, della mucca”. Questo sistema risulta oggi ingessato da una politica e una legislazione miopi – che tentano di inserire il castagneto e la castanicoltura all’interno di schemi di pensiero e azione che non gli sono proprie e finiscono per annientare il valore e il potenziale ancora non espresso del capitale umano investito in passato.

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È con questa considerazione che si può completare la panoramica dei temi trattati nell’ambito della conferenza: se oggi, nonostante tutto, esiste una rete nazionale che lavora al fianco di Slow Food per promuovere la diffusione della castanicoltura tradizionale, è grazie alla forte motivazione personale e alla passione che muovono i suoi rappresentanti, sparsi da Nord a Sud del Paese. Non quindi una motivazione economica, la quale risulta secondaria, bensì un forte attaccamento al territorio e la volontà di valorizzarne le sfaccettature. Ciò non toglie che il lavoro della rete sia caratterizzato da una grande professionalità e concretezza, grazie alla partecipazione di dottori forestali, storici, ricercatori, artigiani, professionisti, rappresentanti dell’amministrazione pubblica, enti ed organizzazioni impegnate in attività di advocacy. Ne risulta un interessante connubio tra tradizione e innovazione. La salvezza del castagneto italiano non si potrà basare semplicemente sul recupero e consolidamento di pratiche tradizionali: si dovrà ricorrere a nuovi paradigmi che rispondono ad un mutato ecosistema ambientale, sociale, politico, promuovendo l’innovazione sociale.

La Rete conta sul supporto della struttura di Slow Food per comunicare la forte componente umana e l’approccio amicale che la caratterizza e su cui si basa il successo dell’azione politica che sta portando avanti a difesa delle comunità del cibo “buono, pulito e giusto” in questo contesto. L’aggettivo “buono” non va infatti inteso soltanto nella sua accezione di un prodotto gustoso, nutriente e di qualità quale la castagna e la farina dolce che se ne può ricavare, bensì “buono” per colui che lo mangia tanto quanto per chi lo produce, che non subisce quindi le possibili conseguenze negative di una gestione del territorio vincolata alla produzione di profitto anziché di valore in senso più ampio.

Sono stati meravigliosi i due giorni durante i quali sono stati consolidati questi concetti, che verranno approfonditi e perfezionati in occasione dell’evento Terra Madre – Salone del Gusto che si terrà a Torino dal 26 al 30 settembre, al quale tutti i castanicoltori e le persone a vario titolo interessate alla tutela delle Terre Alte sono chiamati a partecipare.

Alessandra Telch, Slow Food Trentino-Alto Adige