Il diabete? Si sconfigge a tavola

Il diabete è la malattia cronica per eccellenza e le malattie croniche sono il principale problema sanitario per le nostre società (ormai non solo per quelle occidentali).

Queste patologie hanno in comune tra loro molti fattori di rischio, ma alcuni di questi sono modificabili. Ad esempio, per il diabete il cibo e l’attività fisica giocano un ruolo decisivo.

Gli ambienti obesogenici (cioè che favoriscono l’obesità) sono tutti caratterizzati dalla difficoltà di praticare attività fisica, dall’abitudine di seguire diete con alimenti di bassa qualità e ad alto contenuto calorico: queste condizioni sono determinanti per l’insorgenza del diabete in tutto il mondo.

Come dice l’epidemiologo Paul Zimmet, il diabete scaturisce dalla collisione tra i nostri vecchi geni di cacciatori-raccoglitori e il nostro nuovo stile di vita dal XX secolo. Non una malattia, ma un sintomo di un problema sotteso più vasto: l’effetto sulla salute di ambiente e stile di vita.

Per prevenire il diabete non bisogna però mirare solo ai soggetti ad alto rischio (anche perché non sono la maggioranza di quelli che svilupperanno la malattia), ma modificare l’ambiente obesogenico attraverso un’ampia gamma di interventi e politiche che spazino dalla progettazione e costruzione degli spazi al prezzo degli alimenti, alla pubblicità, alle tecnologie.

Ormai sappiamo identificare con chiarezza (anche da ricerche cliniche come lo studio Interheart) i cibi “non sani”, i cibi spazzatura.

Abbiamo imparato a riconoscere un certo modello di alimentazione definita “occidentale” dove il cibo da consumare “fast” è spesso fritto, salato, ricco di carni lavorate e siamo coscienti anche dell’effetto negativo della globalizzazione sulle abitudini alimentari. Ad esempio, mi ha colpito molto vedere la consegna a “domicilio” nei tunnel sotterranei di Gaza di pollo fritto con patatine e CocaCola.

E poi finalmente con chiarezza abbiamo identificato l’eccesso di zucchero come il principale nemico, non solo perché alza la glicemia e apporta calorie inutili, ma perché si associa a un aumento delle malattie cardiovascolari, che sono la principale causa di mortalità nel mondo.

Sappiamo, da studi e testimonianze, come, a partire dagli anni ’60, l’industria dello zucchero abbia pagato ricercatori, condizionando la ricerca scientifica e abbia addirittura indirizzato le linee guida americane sulla nutrizione, spostando l’attenzione dallo zucchero ai grassi saturi e al colesterolo.

Ancora oggi molti pensano e scrivono che i grassi saturi sono il nemico principale, mentre la loro correlazione con le malattie delle coronarie è debole e quando i grassi saturi vengono sostituiti con carboidrati raffinati e in particolare con zuccheri aggiunti (come saccarosio o sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio) il risultato finale non è certo positivo per la salute del cuore: la ricerca ci dice che una dieta ricca di zuccheri aggiunti aumenta di tre volte il rischio di mortalità cardiovascolare.

Allora, che fare? La consapevolezza mi pare determinante, per questo ci vuole un’informazione corretta, meno fake, meno diete, più cultura del cibo.

Poi è sicuramente necessario un controcondizionamento: ci si può desensibilizzare all’eccesso di salato, come di dolce, con un po’ di sostegno psicologico da parte di noi sanitari, con qualche tassa che renda certi alimenti meno abbordabili (una bibita zuccherata non deve costare meno dell’acqua!), e soprattutto con un’educazione al gusto che ci faccia apprezzare la qualità e le differenze.

Il resto lo può fare l’ambiente dove viviamo, anche nelle nostre città, che devono diventare più ricche di verde, più camminabili, più ciclabili, più pulite, più aperte a nuovi servizi in rete di supporto agli abitanti, in altre parole più smart.

 

Luca Monge

Diabetologo – Città della Salute e della Scienza di Torino

tratto dal numero 5/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

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