Il Covid-19 visto dall’Africa. E la risposta della rete Slow Food africana

A marzo 2020 il coronavirus è stato dichiarato pandemia globale, e da allora si è diffuso in oltre 50 nazioni africane, dove i casi confermati sono aumentati in modo esponenziale dai pochi importati a molte infezioni locali. Gli effetti sulla salute e sul benessere socio-economico sono già devastanti.

Poiché l’Africa continua a registrare ogni giorno più casi, molti governi ricorrono alla loro esperienza nella gestione delle malattie altamente infettive nel continente e hanno optato per l’applicazione precoce di rigide linee guida di distanziamento fisico, mentre altri hanno dichiarato il lockdown totale, a esclusione delle attività essenziali legate al cibo, alla salute, ai settori bancario e della sicurezza.

La crisi alimentare incombente

In molte comunità in tutto il continente in cui è stato attuato il blocco, l’attenzione e la preoccupazione si stanno spostando dalle implicazioni sulla salute del Covid-19 all’incombente crisi alimentare che si sta lentamente, ma costantemente, manifestando in molte aree urbane. Le cause principali sono la ridotta mobilità degli alimenti dalle aree di produzione ai mercati principali, nonché le ricadute dell’esplosione dell’epidemia di coronavirus sulle pratiche agricole in molte regioni del continente.

Mentre i prezzi dei prodotti alimentari in molti paesi come la Tanzania e il Malawi rimangono stabili, altrove – in Uganda, Kenya e Nigeria, per citarne alcuni – i prezzi di prodotti base come il riso e la farina di mais sono schizzati alle stelle. Della situazione si stanno avvantaggiando le aziende che producono e commercializzano cibi lavorati e processati poiché, per prepararsi ad affrontare un futuro difficile e incerto, i consumatori stanno immagazzinando alimenti a lunga conservazione. La situazione colpisce in particolare i residenti delle aree urbane privi di entrate stabili e molti dei lavoratori occasionali giornalieri, che perdono l’accesso al poco cibo disponibile in molte grandi città del continente.

Per contrastare la crisi alimentare conseguente al coronavirus alcuni governi hanno messo in piedi una rete di aiuti alimentari di emergenza. Se hanno preso questa decisione, è stato anche grazie alla forte azione di lobby da parte dei cittadini e delle organizzazioni della società civile (tra cui anche la rete Slow Food in alcuni paesi africani) che hanno insistito sulla necessità di affrontare il tema della sicurezza alimentare nelle discussioni sulla risposta al Covid-19.

La voce di Slow Food Africa in mezzo alla crisi

Contadini della rete Slow Food consegnano cibo in Sudafrica

Come leader della rete di Slow Food in Africa, comprendiamo che la pandemia di coronavirus nel continente africano ha gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare di molte comunità già vulnerabili. Perciò non abbiamo smesso di confrontarci con le autorità locali sull’incombente crisi alimentare né abbiamo cessato di utilizzare i mezzi di comunicazione disponibili per dialogare con i membri della rete sulla necessità di preservare gli orti Slow Food – comunitari, scolastici e domestici – in questi momenti difficili.

In Uganda, Kenya, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo, anche se le sessioni fisiche di apprendimento organizzate dall’Accademia Slow Food sull’agroecologia sono state temporaneamente sospese in ottemperanza alle direttive e alle linee guida dei governi, sono in corso le discussioni su come la filosofia di Slow Food e le pratiche agroecologiche possano migliorare il sistema alimentare africano. Materiali, argomenti di discussione ed esperienze sul campo continuano a essere condivisi tra i partecipanti utilizzando le piattaforme di social media messe a disposizione dai coordinatori.

Sfyn Africa organizza regolarmente videoconferenze per continuare a pianificare eventi online, condividere idee e storie ispiratrici in tutto il continente, grazie a giovani leader instancabili e altamente innovativi di diversi Paesi che hanno contribuito a diffondere la conoscenza del lavoro portato avanti dalle nostre comunità locali. I giovani sono chiamati a svolgere un ruolo importante in questo momento difficile in cui il continente e l’intero pianeta hanno bisogno di imprenditori e innovatori più rispettosi della terra per superare le crisi che dobbiamo affrontare, molte delle quali sono provocate dall’uomo e dalla sua avidità.

Il ruolo degli orti Slow Food

Un orto Slow Food in Sudafrica

Gli orti Slow Food continuano ad avere un grande valore per molte comunità in quanto fonte di cibi freschi e diversificati. Come leader della rete Slow Food continuiamo a incoraggiare le nostre comunità i cui membri hanno ancora accesso agli orti domestici affinché non smettano di piantare semi di speranza e buona salute per nutrire le comunità e le famiglie sia durante la crisi Cvid-19 sia quando questa sarà cessata, anche se nessuno ha la certezza di quando questo avverrà. Continuiamo a incoraggiare le nostre comunità a essere generose, e a condividere semi, cibo e conoscenza attraverso le piattaforme che abbiamo a disposizione, aderendo alle linee guida sulla salute e la sicurezza emesse dalle autorità competenti.

È importante che l’accesso alle terre coltivate, alle sementi e alle risorse idriche sia incluso nelle risposte che le autorità africane elaboreranno, e che sia giudicato un passo fondamentale per contrastare la crisi alimentare conseguente all’esplosione del Covid-19 nel continente africano.

Mentre restiamo a casa, non dovremmo dimenticare il potere terapeutico di un orto ecologico e la sua capacità di fornire i cibi sani tanto necessari in questo momento provante. Questo non dovrebbe essere il tempo di disperare, ma un momento per riflettere sull’impatto umano sul pianeta e su come possiamo virtualmente sostenerci a vicenda per risollevarci dalle situazioni di crisi che d’altra parte Slow Food ha sempre cercato di affrontare. Teniamoci fisicamente separati, ma continuiamo a essere socialmente collegati nella lotta che ci unisce e grazie al movimento globale Slow Food che salda i nostri sforzi affinché costruiamo insieme un sistema alimentare buono, pulito e giusto.

Edie Mukiibi
vicepresidente di Slow Food
Traduzione di Silvia Ceriani

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