Il cibo e la cura dei pascoli per la rigenerazione della montagna

Quando parliamo di montagna, di terre alte, usiamo definizioni come aree interne, aree marginali e dimentichiamo che l’Italia è un Paese circondato dal mare ma costituito per oltre il 70% da colline e montagne.

Quindi le aree marginali, semmai, sono le altre.

Come mai abbiamo questa percezione? Perché dagli anni Cinquanta e Sessanta a oggi, in Italia, lo sviluppo del territorio si è concentrato sulle città e sulle coste, marginalizzando collina e montagna, ovvero la maggior parte del territorio italiano.

Questo processo di sviluppo squilibrato ha generato anche disuguaglianze sociali, perché chi abita in montagna non ha le stesse opportunità, lo stesso accesso ai diritti fondamentali di chi abita in città. Pensiamo all’accesso ai servizi pubblici, ai servizi sanitari, alle scuole, agli asili.

la rigenerazione della montagna

Un darwinismo che si mangia la coda

I paesi perdono servizi perché è in atto anche un altro fenomeno che interessa tutto il Paese: la corsa verso il grande. Si chiude il piccolo, si accorpa. Si costruiscono scuole sempre più grandi, ospedali più grandi, impianti sportivi più grandi. Si chiudono le botteghe e si costruiscono centri commerciali, continuando in questo modo anche a consumare suolo. I servizi sono vittima di una sorta di darwinismo del welfare, una selezione naturale basata sul numero. Serve un numero minimo di abitanti per mantenere la scuola, la farmacia, l’ufficio postale, lo sportello bancario. La dimensione prima dei bisogni. Il numero prima della vita. Questo fenomeno alimenta una spirale che è sempre la stessa: meno servizi inducono l’abbandono, meno abitanti giustificano il taglio dei servizi.

Ma questi paesi non sono vuoti. Spesso alla domanda “Cosa è rimasto lassù?”. La risposta che viene data è: “non è rimasto niente”. Dobbiamo combattere contro questa idea di vuoto. Sulle terre alte c’è molto e c’è qualcosa di molto prezioso:

  • ci sono risorse essenziali per l’umanità che mancano o scarseggiano in altre aree (acqua e aria pulita, spazio, silenzio)
  • c’è un immenso patrimonio culturale e sociale, fatto di saperi, tradizioni, biodiversità, prodotti
  • c’è chi resta perché decide di restare e fare progetti per rigenerare quei territori. Chi pratica la restanza di Vito Teti

Capovolgere lo sguardo

Serve una strategia che parta da queste risorse.

Che capovolga lo sguardo. Trasformare i vincoli in opportunità. Fare in modo che il margine diventi centro. Che non si parli di ritorno al passato, ma di sguardo verso il futuro. Serve capovolgere la narrazione.

E arriviamo al cibo. Perché in questo percorso il cibo, l’agricoltura, la pastorizia devono essere al centro. E invece spesso sono ai margini. Lo abbiamo notato seguendo la riflessione che ha accompagnato il bando sui borghi. Oggi il settore della produzione e della distribuzione del cibo è sul banco degli imputati, è fra i principali responsabili della crisi ambientale, del cambiamento climatico.

L’agricoltura di montagna capovolge questa narrazione. Lo dimostrano due esempi: la castanicoltura e la cura dei pascoli (e quindi la pastorizia)

Puntare sulla natura

Pascolo e bosco, prato e alberi sono risorse complementari ed entrambe rappresentano l’equilibrio tra attività umane e natura. Entrambe hanno bisogno di comunità che vivono la montagna, di cure, di competenze. Entrambe sono il frutto della collaborazione fra comunità e natura. Non solo non hanno alcun impatto negativo, ma fanno qualcosa di buono per l’ambiente, per il suolo, per la biodiversità. Entrambi questi ecosistemi sono strumenti efficaci contro la crisi climatica, perché sequestrano carbonio nel suolo. Sono importantissimi per la messa in sicurezza del territorio. Un pascolo ben gestito e un castagneto per curato sono un argine al dissesto idrogeologico, prevengono frane, smottamenti, incendi.

la rigenerazione della montagna

Puntare su erba, fieno e pascoli significa andare nella direzione opposta rispetto a un allevamento intensivo che ha trasformato i ruminanti in consumatori di mais e soia, prodotti che importiamo dal Sud America, dove le monocolture continuano ad ampliarsi, distruggendo le foreste, farcendo i terreni di fertilizzanti e pesticidi, anche pesticidi proibiti in Europa da 20 anni. Significa ridare vita ad aree abbandonate, che non sarebbero utilizzabili per l’agricoltura.

E c’è un’altra narrazione che possiamo capovolgere: la salute. Latte e formaggio sono spesso sul banco degli imputati, per grassi, colesterolo. Ma di quale latte e di quale formaggio si tratta? Se gli animali mangiano erba e fieno di prato stabile, la composizione nutrizionale cambia radicalmente. Ricchissimi antiossidanti, omega 3, beta-carotene e vitamina E.

La salute è il benessere animale. Gli animali stanno meglio, sono più sani e vivono più a lungo se hanno a disposizione luce naturale, terra, erba, arbusti da brucare. Gli animali al pascolo, ben alimentati, vivono più del doppio degli animali in stalla.

Questo che cosa significa?

Significa che sono una risposta alle principali emergenze attuali.

Significa che salvare i prati stabili e i pascoli e i loro custodi (i pastori), non è un atteggiamento nostalgico o bucolico, non è un ritorno al passato, ma significa essere ben calati nel presente, consapevoli delle sfide attuali e con uno sguardo propositivo verso il futuro.

dall’intervento di Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, all’edizione 2023 di Oltreterra


Leggi qui il racconto dell’edizione 2023 
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