Ignazio de Francisci, procuratore generale Bologna: «l’agromafia si può fronteggiare, basta volerlo»

A leggere gli articoli che trattano il tema delle agromafie sembra che si tratti di un fenomeno nuovo, magari uno dei tanti effetti collaterali della globalizzazione. Nulla di più sbagliato. Se si esamina la attuale condizione del nostro Paese non si può che ripetere che la mafia (mi riferisco a quella siciliana, ma credo che vada bene anche per quella calabrese) è nata in campagna e quindi quando è nata era già agromafia. Cosa nostra è nata nel latifondo siciliano, nelle sperdute campagne prive di strade, dove ci si spostava col mulo e dove le strade asfaltate furono un portato del Dopoguerra. Mafia in campagna significa controllo del territorio, della manodopera e del commercio all’ingrosso dei prodotti della terra. I mercati ortofrutticoli sono stati sempre al centro di dinamiche di mafia, sia a Palermo che nella zona di Vittoria e Gela. A ciò si aggiunga, in anni più recenti, il controllo di buona parte del trasporto su gomma e quindi la filiera è spesso profondamente inquinata dalla presenza della organizzazione mafiosa.

Bene ha fatto il Procuratore Nazionale Antimafia a richiamare l’attenzione su tutti questi temi, sollecitando la collaborazione delle organizzazioni di categoria come Confagricoltura e Coldiretti. Tutti coloro che lavorano in campagna, che la vivono quotidianamente, devono però essere protetti e devono sentirsi non più soli di fronte alle prepotenze e ai reati della delinquenza e della mafia.

Più tecnologia

Inutile però chiedere aumenti quantitativi delle forze dell’ordine e cioè più pattuglie, più presenza fisica. Si potrebbe chiedere più tecnologia (che costa sempre meno) più collegamenti con le sale operative, più video controlli oltre alla sacrosanta deducibilità fiscale massiccia di tutte le spese per la sicurezza.

Revisione del codice penale

Altra richiesta a costo zero è la revisione delle norme del codice penale che tutelano la proprietà in campagna.

Aumento dei minimi di pena per il furto dei mezzi agricoli, proprio per gli effetti nefasti che tale delitto ha sulla vita stessa del contadino in considerazione dell’elevato costo dei mezzi stessi. Aumento dei minimi di pena per gli abigeati e inserimento dei procedimenti penali su questi reati nella lista delle priorità sia degli uffici inquirenti che di quelli giudicanti (art. 132 bis disposizioni di attuazione del codice di procedura penale).

I fondi europei

Altro importante tema che riguarda le agromafie è senza dubbio quello della mala gestione che spesso si fa dei fondi europei con la organizzazione di truffe che certamente presuppongono una organizzazione strutturata con rapporti stabili con le burocrazie regionali. Bisogna ripristinare i controlli amministrativi interni e inoltre dare uno specifico compito alla Guardia di Finanza e ai Carabinieri Forestali per controllare pratica per pratica le richieste di aiuti comunitari. Non è una impresa impossibile né particolarmente onerosa. Anche in questo campo la informatizzazione può dare un aiuto fondamentale, creando per esempio una banca dati con i nomi di tutti coloro che sono stati coinvolti in precedenti tentativi di truffa. Basta volerlo.

Ignazio de Francisci
Procuratore generale di Bologna

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