I guerrieri del latte

Più di dieci anni fa, il mio amico Michael Pollan spiegava, nel suo capolavoro “il dilemma dell’onnivoro”, come il cibo a basso prezzo fosse una mera illusione: se non lo paghiamo noi consumatori alla cassa, infatti, a farlo ci penseranno l’ambiente e la nostra salute, seppur non immediatamente. A questo suo pensiero (solo in apparenza banale ma quanto mai dirompente) che ci forza a riconsiderare il ruolo che ognuno di noi ha nel sistema alimentare, aggiungerei una postilla paradossale ma verissima: a pagarne le conseguenze sono anche coloro che quel cibo lo producono. Quello che sta succedendo in questi giorni in Sardegna ne è la prova, l’ennesima dimostrazione che il sistema di produzione, trasformazione, distribuzione e consumo del cibo in cui viviamo non sta funzionando e che un cambiamento di paradigma è più che mai necessario. La protesta dei pastori che scelgono di buttare il latte, di rinunciare al frutto del proprio faticoso lavoro piuttosto che svenderlo, è un atto simbolico estremo e disperato, che testimonia la necessità e l’urgenza di cambiare, adesso. È la lotta di chi riconosce di non poter più sottostare a una logica di mercato che strozza i lavoratori, di chi non vuole essere schiavo di una rincorsa al prezzo più basso, di chi è consapevole del tempo, della passione e della fatica che la pastorizia impone e che deve essere remunerata in maniera equa. Il latte ovino sardo, oltretutto, è il simbolo stesso di un territorio e la sua produzione è il frutto di una storia secolare, che ha plasmato lo spirito stesso di una terra e di un popolo e che non può scomparire per mere logiche commerciali.

La foto è di Ziga Koritnik

 

Ma come si è arrivati fin qui? Dove origina questo dramma umano e un tale spreco di risorse? Con chi prendersela?

Trovare un capro espiatorio e un unico nemico è spesso la scelta più facile ma non sempre quella più giusta. Posto che la matassa è veramente ingarbugliata, il primo passo da compiere per poterla sbrogliare è iniziare a porsi le domande giuste ancor prima di puntare il dito contro qualcuno. Come in tutte le situazioni complesse, la condicio sine qua non per evitare di scadere in una polemica sterile è capire che non esistono risposte semplici.

Se si prova ad andare oltre l’impulsività del momento, si arriva allora a capire che le responsabilità sono sempre varie e molteplici. Da un lato le cooperative, nate in principio per supportare i pastori nelle loro attività, oggi comprano il latte ad un prezzo irrisorio che non permette nemmeno di coprire i costi di produzione. Ma perché? Perché il prodotto principe del latte sardo, il pecorino romano Dop,  alla guerra dei prezzi in Gdo riesce appena a spuntare 8€/kg.

Tenendo presente che occorrono almeno 7 litri di latte ovino per produrre un chilo di pecorino, il conto è presto fatto. Non c’è margine per un’equa retribuzione dei pastori.

Non solo, ma i consumatori? Se noi che facciamo la spesa non siamo consapevoli di che cosa significhi portare ogni giorno al pascolo gli animali, di che cosa significhi prendersi cura della loro salute e del loro benessere, di che valore abbia il mantenimento di paesaggi e territori, come possiamo sapere che cosa stiamo comprando? Senza questa conoscenza saremo preda dello specchietto delle allodole del prezzo più basso, e allora saremo i primi a gioire del fatto che il nostro formaggio preferito costi la metà dell’insalata verde in busta.

La verità, quindi, è che tutti siamo coinvolti e che perché tutti possano vivere e lavorare con dignità dobbiamo essere vigili e responsabili. Non si può arrivare a costringere dei lavoratori a distruggere il proprio operato pur di farsi ascoltare. Se non cambia la mentalità dei cittadini, questa crisi sarà solo una di una lunga serie.

Carlo Petrini
Da La Repubblica del 12 febbraio 2019

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