Grano, con le nuove etichette vanno a picco le importazioni dal Canada

Sono passati sei mesi dall’entrata in vigore dei decreti legislativi che imponevano l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano utilizzato per pasta e riso. Un periodo di tempo ormai sufficiente per poter dire che l’”effetto etichetta” sui consumi degli italiani c’è stato, eccome.

Secondo gli ultimi dati diffusi in queste ore da Coldiretti Puglia, l’import di grano canadese nei primi cinque mesi del 2018 è sceso a 220mila kg dai 301mila kg registrati nello stesso periodo del 2017. I numeri, riferiti alla regione leader nella produzione italiana di grano duro (la Puglia produce ogni anno 9.430.000 quintali sui 43 milioni di quintali di grano italiano) confermano un trend più generale che nel triennio 2014-2017 ha visto le importazioni nazionali di frumento passare da 1,6 milioni a 795mila kg.

Il Canada, principale produttore mondiale di grano duro insieme all’Italia, resta anche il maggiore esportatore nel nostro Paese con 720 milioni di kg venduti nel 2017, ma già nell’anno passato le importazioni dal Paese nordamericano hanno registrato un crollo del 29%.

Circa un pacco di pasta italiana su sei viene prodotto con grano canadese, tuttavia la maggior consapevolezza attorno al tema del glifosato (utilizzato in fase di preraccolta in Canada) e la nuova etichettatura obbligatoria hanno già determinato un drastico cambiamento di rotta.

Smentiti dunque gli allarmismi dei pastai, che paventavano sciagure e tracolli della filiera all’indomani dell’introduzione delle nuove norme.

Il cambiamento climatico mette a rischio la dieta mediterranea

C’è però un pericolo assai reale da cui devono guardarsi la nostra agricoltura e il made in Italy alimentare: si chiama cambiamento climatico.

Secondo le stime statunitensi, la produzione globale di grano si avvia a calare da 758 a 730 milioni di tonnellate anno su anno.

La siccità e il caldo, sostiene Coldiretti, hanno bruciato quest’estate il 10% della produzione di grano europea, per effetto soprattutto del calo dei raccolti in Nord Europa, Germania e Francia.

I valori della produzione si sono ridotti ad appena 127,7 milioni di tonnellate per il grano tenero destinato a pane e biscotti nell’Unione Europea, secondo Strategie Grains, mentre per il grano duro destinato alla pasta il calo è contenuto al 4% con un quantitativo di 9,2 milioni di tonnellate a livello europeo.

Anche l’Italia dovrebbe andare incontro a un calo del 10% per il 2018. Effetto di un’annata che si classifica finora al quarto posto tra gli anni più caldi del pianeta, facendo registrare una temperatura media sulla superficie della Terra e degli oceani superiore di 0,77 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo.

Il peggioramento progressivo delle condizioni climatiche fa presagire anche pesanti conseguenze sui prezzi del grano che, avverte il Wall Street Journal, potrebbe tornare ai picchi toccati nel 2012.

Diversi analisti del settore temono che ogni ulteriore calo delle forniture possa determinare una notevole scarsità di offerta sul mercato, ripercuotendosi in particolare sui prodotti trasformati come pane e pasta.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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