Glifosato, la bufala del “via libera” da Fao e Oms

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«Fao e Oms dicono che il glifosato non è cancerogeno»: è il succo di una notizia rimbalzata in questi giorni tra le brevi di agenzia e i principali organi di stampa. Non sorprende certo che la “presa di 400667.png-2posizione” – così come è stata definita – abbia trovato ampio risalto, proprio nell’imminenza della decisione europea sul rinnovo dell’autorizzazione all’uso di erbicidi contenenti glifosato. Sorprende ancor meno che sui media sia passata una versione semplificata di questo parere tecnico: offrire una spiegazione comprensibile a fatti complessi, beninteso senza falsarli o ometterne particolari essenziali, è compito del lavoro giornalistico.

Ma cosa hanno detto davvero gli scienziati? Andiamo con ordine. La notizia nasce dalla sintesi del report pubblicato al termine di una conferenza, tenutasi a Ginevra fra il 9 e il 13 maggio scorsi, del Joint Meeting on Pesticide Residues. Il Jmpr è un tavolo di lavoro congiunto creato da Fao e Oms, che dal 1963 si riunisce ogni anno per condurre valutazioni di rischio e armonizzare gli standard di sicurezza relativi ai residui di pesticidi nel cibo.

Nell’ultimo incontro, in cima all’agenda del Jmpr figuravano il glifosato (principio attivo dell’erbicida più diffuso al mondo, il Roundup) e due insetticidi, Diazinon e malathion. Al termine della conferenza il gruppo di esperti ha ritenuto «improbabile che l’assunzione di glifosato attraverso la dieta sia cancerogena per l’uomo». Nel documento finale si legge fra l’altro: «La grande maggioranza delle prove scientifiche indica che la somministrazione di glifosato e di prodotti derivati a dosi fino a 2000 milligrammi per chilo di peso per via orale, la più rilevante per l’esposizione con la dieta, non è associata a effetti genotossici nella stragrande maggioranza degli studi condotti su mammiferi».

Quello che è sfuggito a molti, tra quanti hanno rilanciato la notizia (e non l’hanno letta fino in fondo), è contenuto proprio in queste righe: il Jmpr si esprime solo in relazione al consumo di residui di glifosato nel cibo. Non c’è alcuna parola in merito a eventuali rischi derivanti da altre forme di assimilazione della sostanza, specie quelle che possono riguardare chi vi è esposto per lavoro o chi vive in aree agricole contigue a campi irrorati dall’erbicida.

Il dirigente Fao Henry van der Wulp, intervistato dal Guardian, chiarisce come «non si tratta di una conclusione generale perché nulla oltre all’alimentazione è nel nostro mandato. Resta meno chiaro il quadro dell’esposizione al glifosato per ragioni professionali».

La questione è molto ben inquadrata in un articolo di Georgina Downs per The Ecologist. L’autrice sottolinea come al momento non esista alcuna valutazione di rischio, a livello europeo, sulle conseguenze per la popolazione rurale: il 76% del glifosato è impiegato per usi agricoli, ciò significa che milioni di cittadini dell’Ue vi sono esposti ogni giorno.

In due diversi documenti, al vaglio dello Standing Committee on Plants, Animals, Food and Feed che si esprimerà sulla pericolosità del glifosato, la stessa Commissione Europea ammette la carenza di informazioni sul punto. Questo a dispetto del fatto che le normative comunitarie impongano la valutazione del rischio prima (e non dopo) l’entrata in commercio.

Nel regolamento sull’immissione nel mercato di prodotti fitosanitari (1107/2009), ad esempio, è specificato: «Si dovrebbe dimostrare, prima che i prodotti fitosanitari siano immessi sul mercato, che sono chiaramente utili alla produzione vegetale e non hanno alcun effetto nocivo sulla salute umana o animale, compresa quella dei soggetti vulnerabili, o alcun impatto inaccettabile sull’ambiente».

C’è infine un altro aspetto trascurato: anche se la questione della cancerogenicità monopolizza l’attenzione del pubblico, il quadro dei potenziali rischi per la salute umana è più ampio. Alcuni studi scientifici, ad esempio, hanno associato il principio attivo del Roundup a rischi di infertilità e all’insorgere del morbo di Parkinson.

 

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

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