Gli imballaggi che inquinano la spesa

Fare la spesa oggi può apparire un po’ come una bella sfida algebrica: sono tanti gli elementi da valutare affinché la nostra scelta sia (il più possibile) in armonia con uomo e ambiente: provenienza, stagionalità, modello produttivo, ingredienti (additivi, aromi, grassi, zuccheri inclusi), e non in ultimo l’imballaggio. Sì proprio l’imballaggio, quella parte a cui nessuno bada e che di solito buttiamo dopo l’utilizzo del prodotto e che serve per proteggerlo.

Chi progetta e produce imballaggi ha un compito che non è più derogabile, quello di ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale.

Anche in questo caso il settore agroalimentare (responsabile di oltre ¼ delle emissioni di Co2) svolge un ruolo importante assorbendo circa il 42% della produzione complessiva di imballaggi. Se a questo si aggiunge il settore delle bevande (23%) si arriva a circa due terzi degli imballaggi prodotti. Un settore in espansione spinto dalla crescita dalle confezioni mono porzione e dei cibi pronti.

Un tempo il packaging aveva anche una funzione attrattiva, adesso deve, secondo gli studi di marketing, caratterizzare fortemente un prodotto in termini di sostenibilità ambientale. Nonostante queste indicazioni, in materia siamo ancora troppo indietro. Il recente Decreto clima prevede l’istituzione di Misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina. Un passo importante per l’abbattimento dell’imballaggio, anzi la strada maestra è proprio questa, ma purtroppo sono ancora troppo pochi i punti vendita di prodotti sfusi e sono del tutto assenti nella grande distribuzione. È lì che dobbiamo puntare, ma nell’immediato cosa si può fare? Noi consumatori possiamo giocare un ruolo importante per indirizzare l’industria alimentare verso imballaggi 100% riciclabili e/o compostabili.

A cosa fare attenzione quando facciamo la spesa?

Procediamo con ordine. I prodotti devono essere confezionati con monomateriale. Una soluzione altamente efficace per ottimizzare gli scarti e il quantitativo di packaging riciclabile effettivamente dalla raccolta differenziata.

Troviamo imballaggi formati con diversi tipi di plastica o più spesso materiali plastici accoppiati ad altri come carta o alluminio, tanto che diventa poi più complicato riuscire a separarli nel momento della raccolta dei rifiuti mettendo a dura prova anche i più volenterosi. Risultato: la maggior parte di questi imballaggi finisce nella raccolta indifferenziata o “sporca” la differenziata ridendola meno pregiata e, quindi, utilizzabile.

Preferire imballaggi il più possibili naturali. Se siamo di fronte a prodotti simili (o meglio la cui differenza per noi non è eccessiva) la scelta deve cadere su quello la cui confezione impatta meno sull’ambiente: tra yogurt in vetro o in plastica meglio il primo così come i biscotti contenuti in sacchetti di carta o di plastica. L’elenco è lunghissimo. Il ruolo del progettista di imballaggi diventa sempre più importante e significativo per la tutela dell’ambiente. In questa direzione sono da valutare con interesse gli studi per la produzione di confezioni realizzate da scarti vegetali senza togliere terreno all’agricoltura. Perché la nuova frontiera del settore alimentare passa dal “packaging compostabile” che si può smaltire come rifiuto organico. Spesso compriamo prodotti bio perché migliori per la salute nostra e dell’ambiente, e poi scopriamo che sono confezionati con materiale non compostabile e difficilmente riciclabile, andando a vanificare, così, gli sforzi per ottenere cibi senza inquinare.

Ridurre l’imballaggio resta comunque un obiettivo che si deve raggiungere a breve, perché gli imballaggi sono stati – e per certi versi lo sono ancora (pensiamo all’incremento che hanno avuto negli ultimi anni con l’avvento dell’e-commerce) – causa di significativi danni ambientali.

di Valter Musso
v.musso@slowfood.it

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