Giusto

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è giusto.

Giusto non era una parola da applicare al cibo: lo è diventata con il crescere delle competenze di produttori e cittadini, e con il crescere della consapevolezza di quanti e quali siano gli ambiti che un prodotto alimentare incrocia nella sua vita, dalla produzione al consumo.

Ambiti che riguardano persone e risorse e per questo semplice fatto non possono essere esenti da una riflessione sulla giustizia. Questi temi – le persone, le risorse – corrispondono ad altrettanti gruppi di domande che – al solo essere poste – già sviluppano il tema giustizia applicato al cibo. Le persone. Chi ha prodotto-trasformato-distribuito quel cibo? Quante donne, quanti uomini sono stati coinvolti, come hanno vissuto il loro lavoro? I loro diritti sono stati rispettati? Non solo quelli economici, ma anche quelli sociali, come il diritto alla salute, all’autodeterminazione (e dunque a decidere cosa coltivare), alla casa, all’istruzione e al mantenimento della propria cultura? Chi consuma quel cibo? I suoi diritti alla salute, alla sovranità alimentare, all’informazione, il suo stesso diritto al cibo è garantito o offeso da quel cibo? Le risorse. Quali e quante risorse (acqua, aria, fertilità dei suoli, energia, clima) quel cibo ha utilizzato? È un problema più complesso, perché le risorse si usano per produrre cibo che darà profitto a qualcuno e sarà mangiato da molti, ma le risorse sono di tutti. Per questo non si possono semplicemente usare a proprio vantaggio, ma vanno anche ricostituite.

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Le domande sono importanti

Se non si fanno abbastanza domande si rischia che la garanzia di un diritto ne metta a repentaglio un altro. Per esempio, ci viene da dire che il cibo deve costare poco perché tutti possano accedervi. Ma spesso il cibo a basso costo è un cibo ingiusto, che ha costruito la sua apparente accessibilità sperperando le risorse di tutti e mettendo a rischio la salute di chi produce e di chi consuma. È un cibo ingiusto perché ha lasciato conti da pagare che prima o poi pagheremo tutti, ma intanto i profitti sono stati realizzati subito, e da pochi. Il cibo giusto, insomma, è un cibo che risponde adeguatamente a un sacco di domande. Domande che un tempo, quando eravamo tutti un po’ produttori, non ci ponevamo perché sapevamo quasi tutto del nostro cibo; domande che più tardi, quando siamo diventati tutti consumatori, non ci ponevamo perché ci avevano insegnato che potevamo fidarci e che le domande erano una perdita di tempo; e che adesso invece facciamo, sempre più spesso, perché, a fronte delle ingiustizie alle quali ogni giorno assistiamo, ci ricordiamo di essere prima di tutto cittadini.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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