Frutti di male. Gli schiavi del gamberetto

Nelle fabbriche di Samut Sakhon, in Thailandia, le giornate cominciano alle due di notte, con un colpo alla porta e una minaccia: giù dal letto o sono botte. Gli operai-schiavi lavorano sedici ore consecutive al giorno, con le mani doloranti immerse nell’acqua ghiacciata. Il loro compito è strappare budella, teste e code dei gamberetti diretti ai mercati esteri. L’industria vale 7 miliardi di dollari e si alimenta di traffici disumani, sui quali ha gettato nuova luce un’inchiesta dell’Associated Press che riprende un tema di cui vi abbiamo già parlato in altre occasioni, denunciando la realtà degli immigrati birmani imbarcati sui pescherecci thailandesi e indonesiani.

Arrivano dalla Birmania, o dai vicini Cambogia e Laos, anche le decine di migliaia di lavoratori reclusi negli stabilimenti di questa città portuale, a un’ora di viaggio da Bangkok. All’interno dei complessi industriali, in condizioni igieniche tremende, intere famiglie dividono dormitori soffocanti e lavorano fianco a fianco, chinati su banchi d’acciaio pieni di gamberetti.

Questo inferno su scala industriale ha aiutato la Thailandia a diventare uno dei più grandi produttori di gamberetti al mondo. Malgrado le ripetute promesse di ripulire l’industria conserviera ittica, avanzate sia dagli imprenditori che dal Governo, si fa ben poco per stroncare uno sfruttamento del quale – secondo le Nazioni Unite – è vittima circa il 60% degli immigrati birmani impegnati nel processo di trasformazione dei frutti di mare. A Samut Sakhon il lavoro forzato coinvolge almeno 10mila adolescenti fra i 13 e i 15 anni d’età (la stima è dell’International Labour Organization, ma secondo la onlus Terre des Hommes i minorenni costretti a lavorare sarebbero 30mila).

In questa città, capitale della produzione di gamberetti, i camion refrigerati carichi di pesce partono dagli stessi impianti dove i pick-up scaricano gli immigrati, privi di documenti validi e costretti a turni massacranti per 4 dollari di paga giornaliera (a volte nemmeno quello). Corruzione e complicità istituzionali contribuiscono ad alimentare il fenomeno. Arresti e indagini giudiziarie sono rari. I blitz della polizia si concludono il più delle volte con l’arresto degli immigrati irregolari, mentre intermediari e padroni restano impuniti.

Gamberi e gamberetti sono i frutti di mare più apprezzati in Occidente. Da prodotto di lusso, com’erano considerati un tempo, sono ormai abbastanza a buon mercato da quando i produttori asiatici hanno dato il via all’allevamento industriale. La Thailandia è arrivata in poco tempo a dominare il mercato e oggi invia quasi metà della produzione negli Stati Uniti.

Ma il Paese asiatico è anche uno dei maggiori hub di “carne da lavoro” sulla Terra. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano l’ha inserito nella sua blacklist, segnalando complicità dei funzionari thailandesi nella tratta. L’Unione Europea ha emesso un’ammonizione all’inizio di quest’anno che ha permesso di triplicare le tariffe sull’importazione di frutti di mare e dovrebbe decidere il prossimo mese se imporre un divieto totale.

Molti consumatori apprezzano la comodità di passare dal congelatore alla padella, grazie al lavoro intensivo di sgusciatura e pulizia. Incapaci di tenere il passo della domanda, gli esportatori si assicurano approvvigionamenti da capannoni che a volte non sono altro che garage di proprietà del capo fabbrica. Le filiere, del resto, sono così complesse che gli acquirenti finali rischiano di non sapere nemmeno da dove arrivano i loro gamberetti.

E in Italia?

Anche da noi i gamberi restano un alimento molto richiesto, tanto che nel 2009 il nostro Paese figurava al terzo posto fra gli importatori europei, con un volume di 63mila tonnellate di cui appena il 2,6% rappresentato da prodotto fresco e il restante 97,4% dai surgelati. Ciononostante, la produzione locale di crostacei si attesta ai minimi storici, data la spietata concorrenza dall’estero (nel 2013 le importazioni occupavano una fetta del mercato nazionale pari a oltre 400 milioni di euro).

L’inchiesta di Associated Press conferma che il nostro Paese è tra quelli in cui i frutti di mare lavorati dagli schiavi thailandesi finiscono regolarmente sugli scaffali dei supermercati. C’è almeno una buona notizia: dopo che l’agenzia giornalistica ha esposto i risultati delle sue indagini a decine di rivenditori globali, la Thai Union ha annunciato che internalizzerà l’intero processo produttivo entro la fine dell’anno, assicurando un impiego ai dipendenti delle aziende esterne. Si tratta di un passo significativo intrapreso dal leader mondiale della distribuzione di frutti di mare, da cui dipende nel nostro Paese la Mareblu, secondo marchio della conservazione ittica sul mercato italiano.

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

Fonti

Associated Press

Terre des Hommes

Huffington Post

Foto:  AFP PHOTO/ Nicolas ASFOURI

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