From Siria with love: “Le ricette del dialogo” presenta Yaman Khorzom

Continua il viaggio del progetto Le ricette del dialogo, avviato un anno fa da Slow Food per dare un contributo concreto all’interazione interculturale. Il progetto aiuta le comunità migranti a trasformare i loro patrimoni culinari in competenze qualificate, attraverso formazioni e incontri di sensibilizzazione. Lo scorso 6 giugno, in occasione di uno degli incontri organizzati alle Tavole Accademiche dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (www.unisg.it/), la giovane chef siriana Yaman Khorzom ha presentato un menù tipico della sua regione di provenienza.

Yaman ha 24 anni ed è arrivata in Italia dalla Siria 4 anni fa per raggiungere la sua famiglia che viveva a Torino da ormai un anno. Bastano pochi minuti con lei per accorgersi della sua positività e creatività: racconta, infatti, che, oltre a cucinare, canta, balla, suona l’oud, uno strumento orientale a undici corde, dipinge e si dedica alla recitazione con un’associazione torinese.

Cucinare, però, per lei è una passione vera e propria e non nasconde che le piacerebbe farla diventare qualcosa di più. E sicuramente Yaman ha le carte in regola per cercare il successo. Il pranzo alle Tavole Accademiche è iniziato con la shorba, una minestra di lenticchie rosse, cipolla, carote, riso, cumino e olio. La portata principale è stata invece il mendi, un riso colorato dalle tante spezie che lo accompagnano e servito con pollo e un buonissimo sugo di pomodoro. Il tutto è terminato con l’harise, un dolce a base di semola, yogurt naturale, burro, zucchero e pistacchi.

«La shorba è un piatto che in Siria si cucina quando il freddo inizia ad essere pungente, – ci spiega – nonché durante il periodo del ramadan, perché caldo e nutriente. Il mendi invece è un piatto semplice all’apparenza, ma difficile da realizzare, proprio per il gioco di spezie che lo compone. Infine, l’harise, nato in un piccolo paese al confine tra Damasco e Homs, è un piatto fondamentale della mia storia personale: ogni volta che lo assaggio ricordo con nostalgia quando insieme alla mia famiglia andavamo a comprarlo, perché semplicemente, per noi, era la cosa più buona del mondo».

E, dopo avere assaggiato il suo, non si fatica a crederlo.

«Sono molto felice di aver avuto la possibilità di partecipare a questo progetto. È stato un punto di partenza per poter rafforzare le mie abilità in cucina, così come un’opportunità per iniziare a costruire un percorso di vita in cui il cibo diventa conoscenza e imprenditorialità». Yaman incarna perfettamente la filosofia del progetto e crede profondamente nel detto popolare che lo caratterizza, secondo il quale per conoscere davvero una persona bisogna mangiarci insieme.

«In Siria – racconta – ne esiste uno molto simile, che dice quando conosci una persona devi almeno mangiare insieme a lei pane e sale. E la mia esperienza, in Italia, lo conferma. Una volta arrivata a Torino, 4 anni fa, erano pochi gli amici al di fuori della mia famiglia. Ho pensato allora di invitare a casa le persone che incontravo e di cucinare per loro. Nonostante la barriera linguistica, comunicare era facile. Le persone erano davvero interessate a conoscere i segreti della mia cucina, a scoprire nuovi profumi e sapori: il cibo era diventato davvero uno strumento universalmente comprensibile».

In ogni caso, il suo attaccamento alla Siria si percepisce e la nostalgia è tanta. Eppure, conclude Yaman “voglio provare a vivere, a fare qualcosa per me e quello che mi aiuta è l’arte; tutto, dal cibo alla recitazione, è una forma d’arte e non potrei farne a meno.”

Il progetto è realizzato grazie al contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e alla partnership con Regione Piemonte, Città di Torino e le organizzazioni della società civile (LVIA, Renken, Colibrì) e della diaspora (Panafricando, ASBARL).

Giulia Rubino

 

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