Fondi pubblici agli allevamenti intensivi: l’inchiesta di Greenpeace

Se davvero ci importa di affrontare e risolvere le crisi ambientali globali e locali, mantenendo vitali gli ambienti rurali, mentre si garantisce la sostenibilità economica per le economie rurali in grado di produrre cibo senza devastare, allora dovrebbe importarci di come vengono spesi i fondi pubblici, i nostri soldi.

Dovrebbe importarci che finora la Politica agricola europea (Pac), il maggiore dei finanziamenti della Ue destinati al settore agricolo – nel 2020 rappresenta il 34,5% del bilancio dell’Unione, ovvero 58,12 miliardi di euro – è ancora destinato al sistema di produzione prevalentemente industriale di cibo, con tutto quello che ne comporta in termini di sostenibilità ambientale, sociale e sì, anche economica. Perché anche se nascosto, il costo dell’inquinamento lo paghiamo tutti.

Finanziamenti agli allevamenti intensivi in Lombardia

L’ennesima conferma arriva da Greenpeace che – ci stupisce poco e rattrista tanto – mettendo in relazione il database dei finanziamenti europei per l’agricoltura (della Pac appunto) alla relazione tecnica della regione Lombardia sugli allevamenti, ha misurato il grado del paradosso in cui viviamo. Buona parte di questi fondi finanziano infatti gli allevamenti che più di tutti inquinano, anzi che sono fuori legge proprio per aver superato il limite legale annuo di azoto per ettaro. Azoto che è tra le maggiori sostanze clima alteranti, oltre a essere fortemente impattante per il terreno, dove si accumula per varie cause: reflui zootecnici, fertilizzazioni minerali dei terreni, scarichi civili dei centri abitati. La Lombardia è certamente una delle aree del nostro paese dove la concentrazione di questi fattori è massima e già alcuni anni fa analisi dell’ISPRA avevano segnalato il prevalere in una vasta area della regione di azoto proveniente prevalentemente da reflui zootecnici, in misura maggiore che in altre regioni del Nord.

Riporta Greenpeace: «sono 168 i comuni lombardi dove nel 2018 si è superato il limite legale annuo di azoto per ettaro. […] Il carico di azoto al campo è definito per legge in quanto il suo accumulo eccessivo pone i territori a rischio di inquinamento. Eppure, nell’11% dei comuni lombardi il numero dei capi allevati è talmente alto che il limite di legge non viene rispettato. La nostra Unità Investigativa ha confrontato questa relazione tecnica con il database dei finanziamenti europei per l’agricoltura (Pac). Dal confronto è emerso che nei comuni lombardi “fuorilegge” arriva quasi la metà dei soldi pubblici europei destinati alla regione per la zootecnia, ossia ben 120 milioni di euro.» Una relazione che fa pensare.

Insomma, sosteniamo una pratica velenosa, per noi e per il pianeta, perché «nelle deiezioni provenienti dagli allevamenti intensivi sono contenute grandi quantità di azoto e composti azotati che, attraverso la distribuzione degli effluenti zootecnici come fertilizzante, si trasferiscono sui terreni agricoli e nell’ambiente, associandosi ad altri contributi provenienti da fertilizzazioni minerali praticate dalle monoculture imperanti in questi contesti e all’impatto di grandi centri abitati. Quando l’accumulo di azoto è eccessivo, tra i composti azotati sono proprio i nitrati, in virtù della loro alta solubilità in acqua, che si trasferiscono più facilmente dal suolo ai corpi idrici superficiali e alle falde, mettendo a rischio la qualità delle acque.

Come spiega la Commissione europea nell’ultima Relazione sull’applicazione della Direttiva nitrati, i liquami degli allevamenti, se non correttamente gestiti, possono essere causa di “notevoli rischi per l’ambiente”, soprattutto quando si ha “un numero elevato di capi concentrato in uno stesso luogo”. È il caso della Lombardia, dove si trovano in media quasi un maiale ogni due abitanti e circa 180 suini per chilometro quadrato. Stando alla Commissione europea, un territorio con una così alta densità di animali è esposto a elevati rischi ambientali.»

campo di riso in Lombardia

Inoltre «Come spiega Carlo Modonesi, membro dell’Associazione medici per l’ambiente (Isde), l’esposizione umana a nitrati e nitriti a livelli superiori ai limiti di sicurezza può essere causa di malattie anche molto gravi, soprattutto a carico di neonati e bambini. Esposizione che può verificarsi se “ad esempio l’acquedotto preposto all’approvvigionamento di acqua potabile di una certa città attinge da falde sotterranee che sono state inquinate” dice Modonesi.

Mentre Pierluigi Viaroli, docente all’Università di Parma ed esperto di eutrofizzazione e qualità delle acque, spiega: «Il problema è la densità molto alta di allevamenti in poche zone circoscritte. Quando si comincia ad avere un allevamento da mille capi bovini o da 5-10 mila capi suini, trovare una modalità sostenibile di spandimento delle deiezioni è difficile. Quindi lo spandimento di effluenti zootecnici, da risorsa utile al terreno agricolo, rischia di diventare un fattore inquinante.»

E in Lombardia in media c’è quasi un maiale ogni due abitanti e circa 180 suini per chilometro quadrato.

Perché sostenere queste pratiche quando tante realtà che si prendono cura dei paesaggi rurali, della biodiversità, della cultura, delle ricchezze artistiche e architettoniche, della salute dell’ambiente e dei cittadini, vivono sempre in trincea?

L’alternativa Slow esiste e va sostenuta

Esistono modelli di allevamento che prevedono il pascolo per gli animali, generano meno emissioni di quelli industriali che tra l’altro compensano con la presenza di alberi o semplicemente prati naturali che contribuiscono a stoccare carbonio nel suolo. Se poi vogliamo parlare di benessere animale, beh non c’è paragone: negli allevamenti al pascolo gli animali vivono all’aperto gran parte dell’anno, crescono mangiando tante varietà d’erba, fieno e un po’ di cereali. Vivono più a lungo, non sono mutilati ma soprattutto sono liberi di vivere secondo i loro bisogni naturali, senza provare sofferenza e stress.

Per questo l’invito è sostenere questo tipo di produzioni, e rivendicare il nostro diritto di cittadini a scegliere dove destinare i fondi pubblici. La Pac deve diventare lo strumento guida verso la transizione ecologica dell’agricoltura per contribuire al raggiungimento degli obiettivi ambiziosi del Green New Deal. Non l’ennesimo finanziamento a chi produce senza freni pregiudicando la salute della comunità e dell’ambiente, costi quel che costi, a noi tutti.

Michela Marchi, m.marchi@slowfood.it

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