Fermiamo il sottocosto e gli abusi della GDO, per una filiera più giusta

Un importante passo verso una filiera commerciale agricola più equa. Così va letto il voto del Parlamento europeo che giovedì a grande maggioranza (428 a favore, 170 contrari e 17 astenuti), ha dato il via libera all’avvio di negoziati con il Consiglio Ue per arrivare alla condivisione di una direttiva contro le pratiche commerciali sleali nel settore alimentare.

Un voto che accelera l’iter del dossier e lascia sperare che si riesca ad arrivare a un accordo prima della fine dell’anno e quindi della fine della legislatura.

Pagamenti ritardati, modifiche contrattuali unilaterali e senza preavviso su prodotti deperibili come frutta e verdura, mancata retribuzione per la merce invenduta sono alcune delle pratiche che la direttiva si propone di eliminare.

Pratiche commerciali che agricoltori e imprese alimentari si vedono applicare da centrali di acquisto e supermercati e che un recente sondaggio riportato dalla Commissione europea e condotto tra i produttori agricoli e le cooperative agricole stima in 10 miliardi di euro l’anno.

«Dobbiamo armare i più deboli» ha detto Paolo De Castro, primo vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo e relatore sul progetto di direttiva.

Il senso è proprio quello: dare forza e tutele alla parte più svantaggiata nelle trattative commerciali della filiera agricola, ossia i piccoli produttori, più spesso vittime di queste pratiche sleali.

Come Slow Food ci auguriamo non solo che il Parlamento Europeo rimanga sul sentiero tracciato con questi primi passaggi per arrivare quanto prima ad una direttiva condivisa, ma che lo stesso impegno a tutela dei piccoli produttori caratterizzi anche l’agire del governo italiano, che ci auguriamo si attivi affinché i nostri produttori non debbano vendere mai più i loro prodotti sottocosto.

In questa stessa direzione va la proposta avanzata al ministro Gianluca Centinaio in occasione di Terra Madre Salone del Gusto a Torino a settembre di quest’anno.

Il documento che presentammo in quell’occasione chiede di consentire, per i prodotti trasformati, di indicare in etichetta il prezzo della materia prima all’origine. Non un obbligo, ribadiamo, ma un’autodichiarazione del trasformatore che consapevolmente si impegna a garantire un sistema trasparente di tracciabilità del valore.

 

Giorgia Canali

g.canali@slowfood.it

da La Stampa del 28 ottobre 2018

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