Facciamo dei semi un bene comune. In Nepal la banca dei semi vivente

Si parla troppo di cucina, male di gastronomia, solo in maniera superficiale di materie prime, poco e niente di agricoltura. Mai di quell’elemento che tutto genera: i semi. Eppure, proprio il mercato delle sementi è quello in cui esiste maggiore concentrazione, con un oligopolio di fatto che consegna a un manipolo di quattro multinazionali un potere sconfinato. Da quando Bayer s’è comprata Monsanto e in seguito alle fusioni DuPont/Dow Chemical e Syngenta/ChemChina, il 63% del mercato globale del semi e il 75% di quello dei fitofarmaci, cui i semi brevettati sono legati a doppio filo, è in mano loro. Senza batter ciglio abbiamo ceduto loro una grossa fetta di sovranità. Perché per produrre il cibo siamo ormai dipendenti da decisioni prese nel chiuso di consigli di amministrazione che hanno come mandato la massimizzazione di fatturati, profitti e dividendi, non certamente il benessere nostro o del pianeta. Il mercato globale alla sua massima espressione, come se modificare, brevettare e vendere semi fosse lo stesso di una qualsiasi produzione di scala di componenti elettronici. Quando invece dovremmo (ri)pensare alle sementi come bene comune.

E invece, praticamente in tutto il mondo, leggi e brevetti sono pensati per per gli ibridi figli dei laboratori multinazionali, mentre le libere varietà tradizionali, le uniche disponibili vino a pochi decenni fa (pensate che negli anni Settanta esistevano oltre settemila aziende sementiere), rischiano di scomparire. Perché sono difficili da reperire, perché ci dimentichiamo che esistono, perché di semi non parla più nessuno. O quasi. Ci sono sacche di resistenza, contadini che con tenacia fanno sopravvivere resilienti varietà locali e tradizionali, piccoli baluardi di biodiversità.

Yam Malla lavora nel suo orto

Come quello del Dr. Yam Malla, docente e direttore per diversi anni del corso di Gestione sostenibile delle foreste, della diffusione dell’agricoltura e dello sviluppo rurale all’Università di Reading (Uk), rinomato esperto nepalese di permacultura, agrosilvicoltura, biodinamica e agricoltura biointensiva. Il dottor Malla ha un piano ben preciso con cui intende contribuire a garantire al Nepal un sistema alimentare libero e sostenibile: una banca dei semi vivente. Non immaginate dunque una cella frigo da aprire in un piovoso mattino apocalittico, Malla sta lavorando per dar vita a un semenzaio diffuso in tutto il Paese «Se le monoculture falliscono e tra 50 anni si deve aprire il caveau dei semi, a che cosa serve averli conservati se non si sa che farne?». L’idea di Malla è semplice e di facile realizzazione. Si parte da tre fattorie di circa due ettari ciascuna – in alta montagna, in collina e pianura – dove si coltiveranno tra le 20 e le 30 varietà locali di cereali, ortaggi e legumi. Le sementi ottenute, saranno consegnate agli agricoltori locali che, a loro volta, oltre ad assicurarsi il raccolto, potranno restituire nuove sementi l’anno successivo, moltiplicando di fatto i semi e gli agricoltori che ne possono usufruire. Il piano prevede un capo azienda che, insieme al coordinatore nazionale, dovrà selezionare i semi, potenziare le colture migliori e così garantire sicurezza e stabilità finanziaria agli agricoltori. Malla ha calcolato che, a partire da queste tre aziende, in due/tre anni sarà in grado di coinvolgere contadini in tutto il Nepal. «In ogni caso, salvare anche solo 15 specie, rappresenterà una risorsa e un grande dono per le generazioni future» ci racconta.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonte
www.slowfood.com/safeguard-nepals-food-future/

 

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