Un’etichetta narrante per accompagnare il consumatore alla scoperta del cibo

Tabelle, grafici, infografiche e simboli. Parlando di etichette alimentari ne abbiamo viste e ne vediamo di tutti i colori. A questo proposito, risale a pochi giorni fa la proposta, promossa dai Ministeri dello Sviluppo Economico, della Salute e dell’Agricoltura, di adozione del cosiddetto NutrInform Battery, un sistema che usa il simbolo di una batteria per indicare l’apporto di un prodotto in termini dei principali elementi nutritivi.

In sostanza, la risposta italiana alle famigerate “etichette a semaforo”, adottate nel Regno Unito e poi diffuse in diversi Paesi europei, in cui per l’appunto un semaforo indica la frequenza con cui è appropriato consumare un prodotto. Dal verde del “quando vuoi” al rosso di “con molta moderazione”.

etichetta narrante

Senza scendere nel dettaglio della proposta italiana, che parte dall’idea di dare al cittadino gli strumenti per gestire in autonomia la propria dieta in base alle quantità raccomandate dall’Unione Europea, occorre ricordare che il mero aspetto nutrizionale, seppur importantissimo, non esaurisce affatto gli elementi alla base di una scelta alimentare informata.

Sempre di più, infatti, chi acquista un cibo vuole sapere in che modo è stato prodotto, che impatto ambientale ha avuto, nel caso di un derivato animale che cosa ha mangiato questo animale, come è stato allevato.

C’è una bella differenza tra un bovino allevato all’aperto, nutrito esclusivamente a erba e fieno, magari con l’accesso libero al bosco, e uno allevato in maniera intensiva in una stalla, senza possibilità di movimento, nutrito a insilati e sottoposto a una maggiore quantità di farmaci per potersi conservare in salute in uno spazio angusto. Una differenza sostanziale sia in termini di benessere animale che di impatto ambientale (dunque di qualità della carne e del latte), tuttavia quasi impossibile da percepire limitandosi al solo aspetto nutrizionale e dunque indecifrabile attraverso l’etichetta classica.

Non ci può più bastare un grafico che ci aiuti a capire quanti zuccheri, proteine e grassi stiamo ingerendo con una fetta di pane. Oggi abbiamo bisogno di sapere se sono stati usati pesticidi e fertilizzanti per far crescere il grano, da dove arriva, come è stato trasformato in farina e se questa sono stati aggiunti miglioratori, quanti chilometri la farina ha percorso dal mulino al panificio, con quali lieviti è stato fatto l’impasto e, perché no, anche chi è il panificatore che lo ha materialmente infornato.

etichette narranti slow food

 

L’etichetta narrante di Slow Food

E attenzione a non pensare che si stia parlando di fantascienza perché tutto questo esiste già. Slow Food ha da qualche anno lanciato l’Etichetta Narrante, con lo scopo di fornire proprio queste informazioni. Uno strumento sempre più diffuso e adottato, che si sta diffondendo a macchia d’olio e che coinvolge sempre più produttori sul territorio nazionale, ultimo in termini di tempo il Consorzio del Parmigiano Reggiano che lo sta sperimentando con alcuni caseifici.

E nemmeno c’è bisogno di fare etichette lunghe come elenchi telefonici. Un QR code come quello che già adotta la Cooperativa Alce Nero, per fare un esempio, funziona benissimo per dare accesso a un numero di informazioni impensabile fino a qualche anno fa, inclusi video e materiali multimediali. La tecnologia al servizio del cittadino è questo, e le etichette del futuro non potranno che funzionare in questo modo. In questo modo si premiano peraltro i virtuosi, che hanno tutto l’interesse a far conoscere al cittadino la maniera in cui lavorano.

pera signora valle sinni

La produzione alimentare ha un ruolo di primo piano tra le cause dell’emergenza climatica e ambientale che viviamo e la stessa salubrità del cibo è minacciata da un ambiente che si degrada. Per uscire da questo circolo vizioso di cibo come vittima e carnefice occorre poter risalire a tutti i passaggi della filiera per compiere scelte realmente informate e consapevoli. Le proposte che arrivano dalla politica dovrebbero essere più coraggiose in questo senso.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Da La Stampa del 1 febbraio 2020

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