Edward Mukiibi: se la COP27 diventa un’opportunità per le multinazionali

Dall’Accordo di Parigi del 2015 sono passati 7 anni. L’impegno dei governi era di mantenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro 1.5°C nel 2030.

Quello che è stato fatto finora ci mette nella prospettiva di uno sconcertante +2.8°C entro fine secolo – scenario devastante – secondo il recente rapporto Emission Gap dell’UNEP): «Solo una radicale trasformazione può garantire gli enormi tagli delle emissioni di gas serra necessari: il 45% rispetto alle proiezioni basate sulle politiche attualmente in vigore».

Riuscite a immaginare una riduzione del 45% nei prossimi 8 anni?

Una rivoluzione di questa portata può avvenire solo trasformando completamente il sistema alimentare: richiede lo smantellamento dell’attuale modello industriale e la sua sostituzione, ovunque, con filiere guidate dalle comunità sul territorio e basate su alimenti locali e stagionali. Iniziando da un’enorme riduzione della produzione e del consumo di carne allevata industrialmente, che tra il 2018 e il 2020 ha prodotto il 54% di tutte le emissioni di gas serra legate al cibo.

Edward Mukiibi: COP27
Riscaldamento globale: abbiamo una soluzione, fermare le emissioni inquinanti

Non abbiamo un altro decennio da sprecare. I cambiamenti necessari ad assicurarci un futuro vivibile devono avvenire molto rapidamente.

L’anno scorso alla COP26 di Glasgow il cibo ebbe un ruolo marginale. Nelle rare occasioni, si dibatteva di agricoltura sostenibile con un approccio settoriale: riforestazione e nuove tecnologie. Oggi il governo egiziano e la FAO dedicano al cibo un intero padiglione. Ottima notizia, si direbbe. Peccato che a dettare l’agenda di questi spazi siano coloro che, nei decenni trascorsi, hanno creato il disastro. La COP27 rischia di diventare un’occasione per le multinazionali di negoziare il loro diritto a inquinare, mettendo in gioco la vita delle persone, mantenendo il modello capitalista basato su meccanizzazione, estrattivismo, intensificazione, specializzazione e omogeneizzazione.

Se la COP27 diventa un’opportunità per le multinazionali di negoziare il loro diritto a inquinare

Oggi, un piccolo numero di grandi aziende domina la catena alimentare. Due di loro controllano il 40% del mercato mondiale delle sementi. Pensiamo davvero che questi moloch del profitto siano mossi da una sincera volontà di ridurre le emissioni di CO2? Credo che intravedano invece la possibilità di realizzare ulteriori guadagni prospettando false soluzioni tecnologiche, ovviamente sotto il loro controllo produttivo e finanziario. Il loro potente apparato di propaganda nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto, redatto da Sustainable Markets Initiative (SMI), una rete di AD a livello mondiale: secondo Bayer, Mars, McCain Foods, McDonald’s, Mondelez, Olam, PepsiCo, Waitrose e altri firmatari, «le aziende alimentari e i governi devono unirsi immediatamente per cambiare le pratiche agricole mondiali». Ma in che modo? Temo che nessuna di queste aziende si sia impegnata – o si impegnerà – a ridurre le vendite dei prodotti altamente inquinanti che sono il loro core-business. Stanno solo creando fumo negli occhi, facendo credere di essere parte della soluzione quando sono in realtà parte del problema. Non si può accettare questo gigantesco greenwashing.

Edward Mukiibi: COP27

Da agricoltore ugandese ho visto con i miei occhi l’industria intensiva dello zucchero distruggere la foresta, mentre le comunità locali cercano di rigenerare l’ambiente.

Dallo sfruttamento alla rigenerazione

Dobbiamo passare da un sistema dipendente dai combustibili fossili a uno che protegga le risorse locali, le popolazioni indigene, i piccoli agricoltori, le comunità emarginate e gli ecosistemi. Abbiamo bisogno di incentivi e ricerca per permettere a un maggior numero di agricoltori di abbracciare l’agroecologia. Questo approccio, rifiutando i fertilizzanti chimici, affronta il cambiamento climatico permettendo di passare dallo sfruttamento delle risorse alla loro rigenerazione. Non si toglie al pianeta, ma si riporta la diversità, valorizzando le varietà locali, la biodiversità e la conoscenza. L’agroecologia offre un percorso inclusivo e completo verso la trasformazione perché collega gli aspetti sociali e ambientali della sostenibilità, si rivolge all’intero sistema, è attenta alle disuguaglianze di potere, al reddito dei contadini e attinge a una pluralità di conoscenze, includendo le voci emarginate.

Gli scienziati concordano sul fatto che un’alimentazione e un’agricoltura agroecologica diversificate favoriscono la sicurezza alimentare, contribuendo a sequestrare il carbonio (dati IPCC). Quando si verificano fenomeni meteorologici estremi, intere coltivazioni di monocolture possono andare perse. Le aziende agricole diversificate invece distribuiscono il rischio e favoriscono la resilienza.

L’agroecologia è il percorso più completo per la sostenibilità del sistema alimentare. Tuttavia, è sistematicamente messa da parte negli spazi politici globali come la COP27.

Edward Mukiibi
da Il Fatto Quotidiano del 8 novembre 2022


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