L’economia e la finanza possono essere al servizio della terra e dell’ambiente?

Se ne parlerà in una conferenza in programma il 24 settembre a Terra Madre Salone del Gusto durante la quale verrà presentato il prestito obbligazionario di NaturaSì.

Tra i relatori, il professore Leonardo Becchetti. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.

Non ha dubbi nel bocciare la teoria del laissez faire – «un’economia dove ognuno fa quello che gli pare ci porta dritto alla catastrofe» –, punta il dito contro l’individualismo – «la mancata scelta responsabile di un individuo incide negativamente su tutti gli altri» – ed esorta ad andare oltre «l’incubo di una società totalmente caotica in cui le persone non pensano di poter contribuire a risolvere i problemi».

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Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti è un economista, insegna Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, presiede il comitato Etico di Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica. Il prossimo 24 settembre interverrà a Terra Madre Salone del Gusto per prendere parte alla conferenza intitolata E se l’economia fosse al servizio della terra?, durante la quale si discuterà dei presupposti necessari a rendere l’economia e la finanza etiche, fondate sul rispetto della terra e del lavoro.

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Un’Orto Comunitario in Uganda. Foto di Alberto Prina

Un esempio concreto di questa visione si avrà proprio a Terra Madre Salone del Gusto, dove verrà presentato il progetto di NaturaSì che prevede l’emissione di obbligazioni remunerate in cibo. Gli investitori, in altre parole, potranno investire maturando interessi sotto forma di buoni spesa spendibili nei negozi NaturaSì. La somma raccolta tra gli investitori verrà usata da NaturaSì per sostenere il sistema agricolo biodinamico e biologico. In questo modo, l’obiettivo è innescare un circolo virtuoso che, da un lato, dia agli agricoltori nuovi mezzi per sostenere produzioni di qualità, dall’altro stimoli negli investitori la consapevolezza dell’importanza di agire anche su un piano etico, oltre che meramente remunerativo.

Professore, la finanza ha imboccato la strada verso un approccio etico?

Da alcuni anni esiste un grande nuovo filone della finanza che io chiamo generativa. È una rivoluzione, perché presuppone che l’obiettivo dell’investimento non sia più soltanto ottenere il massimo profitto senza preoccuparsi delle conseguenze. L’obiettivo, invece, è generare un impatto sociale e ambientale positivo. Questo tipo di finanza ha prodotto quelle che chiamo emissioni di scopo: possono essere, ad esempio, green bond o social bond, emissioni nelle quali si prende un impegno con i finanziatori affinché i soldi raccolti siano investiti in progetti con un ampio impatto sociale o ambientale. Questo settore sta crescendo moltissimo e producendo risultati importanti: continuare a lavorare lungo questa strada, trovando anche nuovi obiettivi da porsi, ritengo sia molto molto importante.

L’economia civile è un approccio economico secondo cui dietro alle scelte di consumo e di investimento non vi è soltanto il tentativo di massimizzare il proprio profitto, ma l’attenzione alla comunità, la consapevolezza che non esiste guadagno se questo impatta su altri individui o sul pianeta. È un approccio che spinge a interrogarsi sul valore più ampio delle proprie scelte, promuovendo quelle in grado di dare significato alla propria esistenza, in quanto rivolte non solo verso sé stessi ma anche gli altri.

In un video di tre anni fa spiegava che gli ostacoli che rallentano l’affermazione definitiva dell’economia civile erano quattro: mancanza di consapevolezza, carenza di informazione, difficoltà di coordinamento, differenze nel prezzo. A che punto siamo oggi?

In finanza, superare questi ostacoli è sempre stato più facile rispetto al mondo del consumo, perché chi gestisce i fondi di investimento è consapevole dei problemi che abbiamo davanti a noi, come la crisi climatica, che ci impongono di prendere decisioni consapevoli e sostenibili. Inoltre è stato dimostrato che non vi è un costo maggiore da pagare: i green bond hanno lo stesso profilo di rischio di quelli tradizionali. Il discorso è diverso quando si parla di consumo, cioè di economia reale, delle scelte quotidiane dei consumatori.

Perché è diverso?

Oggi, per i consumatori, gli ostacoli rimangono principalmente due: il coordinamento e il prezzo. Riguardo al primo, va detto che molte persone sono portate ad agire in un certo modo solo se pensano che altre persone facciano altrettanto. In altre parole, significa che ritengono che la propria scelta individuale conti poco. L’altro grande tema è il prezzo. Le faccio un esempio, la mobilità: scelte sostenibili hanno un costo maggiore, almeno inizialmente, di quelle meno sostenibili. La risposta dei cittadini è proporzionale al livello di disponibilità economica.

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Mercato della Terra ad Alba. Foto di Federica Bolla.

Come si esce da questo impasse, oltre che attraverso scelte politiche oculate?

Ci sono due aspetti da considerare. Da un lato c’è l’idea che ogni gesto può avere un grande valore: è l’idea alla base del voto col portafoglio: si tratta di compiere scelte che aumentano la generatività, cioè il senso di soddisfazione di vita delle persone. Dall’altro, c’è un senso di urgenza dettato dalle condizioni esterne che spingono e costringono le persone a diventare più attente e consapevoli: è la pedagogia delle catastrofi e significa che, quando l’umanità si sente con spalle al muro (ad esempio verificando personalmente gli effetti del riscaldamento climatico), aumentano l’urgenza e la disponibilità a cambiare comportamenti.

Votare col portafoglio significa mettere da parte il tornaconto personale immediato e pensare alle conseguenze delle proprie scelte anche su una scala più grande, comunitaria se non globale. È la fine dell’individualismo?

Un’economia dove ognuno fa quello che gli pare, quella del cosiddetto laissez faire, ci porta dritti alla catastrofe. Questa idea, secondo cui ognuno può seguire gli appetiti egoistici affidandosi alla “mano invisibile” del mercato che mette tutto a posto, non funziona di fronte a sfide globali come la pandemia e la crisi climatica, che richiedono invece un forte coordinamento tra le scelte di tutti quanti. Oltretutto, temi come questi rendono evidente come l’assenza di cooperazione e scelte irresponsabili di un singolo incidono negativamente su tutti gli altri. L’alternativa che proponiamo è quella di unire tutti gli individui generativi, diventando una massa critica. Sono nate iniziative come il Festival dell’economia civile, quest’anno a Firenze dal 16 al 18 settembre. Sono strumenti importanti che dimostrano che è possibile scongiurare l’incubo di una società totalmente caotica e individualistica nella quale le persone sono abbandonate a se stesse e non pensano di poter contribuire a risolvere i problemi.