Martina, Fao: Non c’è giustizia alimentare senza una nuova idea di giustizia sociale e ambientale

Noi NON consumiamo. Noi mangiamo.

Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, dialoga con Maurizio Martina, vice direttore generale della Fao

Tratto dalla Food to Action del 13 marzo 2024,
Noi favoriamo l’accesso al cibo buono, pulito e giusto

B: Il cibo non è un tema come tutti gli altri, non è una merce come le altre. Porta con sé requisiti fondamentali, in particolare la sicurezza, la qualità e l’accesso. Un tema enorme che a noi di Slow Food sta particolarmente a cuore. Il nostro slogan è arrivato a completezza quando al “buono, pulito e giusto” abbiamo aggiunto “per tutti”: è questo che cambia il paradigma perché il cibo non sarà buono, pulito e giusto finché non sarà per tutte e tutti. 

Questo ci lega anche alla tematica dell’accesso alle risorse naturali per produrre il cibo. Crediamo nel diritto di tutti a una vita di prosperità: è il concetto di sovranità alimentare, secondo cui ogni popolo ha diritto a un cibo che sia adeguato sul piano nutrizionale, sociale, ambientale, culturale e religioso. Il cibo è strettamente intersecato alla vita umana in tutti questi ambiti.

Maurizio, da cosa passa l’accesso al cibo per tutti?

M: Siamo tutti assuefatti dalla retorica attorno a questi temi: ci piace raccontare un’idea del cibo che spesso non tiene conto delle grandi fratture che stiamo vivendo. Penso che quel “per tutti” sia la premessa a qualunque declinazione: se non è per tutti non è, e basta. E credo infatti che l’elemento chiave in questo tempo sia proprio l’incrocio tra i temi della giustizia alimentare e quelli più ampi, come la giustizia sociale e ambientale.

Ancora oggi abbiamo di fronte un mondo sempre più polarizzato: c’è stato un momento della nostra storia in cui abbiamo pensato che alcune differenze, come quelle tra il Nord e il Sud del mondo, fossero superate dalla globalizzazione, eppure abbiamo ancora di fronte tante fratture, anche all’interno del Nord e del Sud stessi. I grandi temi dell’ingiustizia sociale si ripropongono nelle questioni di giustizia alimentare e di sostenibilità.

Dovremmo allora avere la forza e il coraggio di rimettere al centro dell’analisi collettiva una questione: non ci sarà nessuna giustizia alimentare senza una nuova idea della giustizia sociale. E anche le questioni di sostenibilità ambientale vanno sempre declinate guardando agli aspetti sociali, perché senza questo lato rischiamo di non raggiungere l’obiettivo.

B: Viviamo molteplici crisi tutte intrecciate fra loro, ma vogliamo dare risposte molto settoriali e molto specifiche. Le cerchiamo anche attraverso una tecnologia che ci offre tante opportunità, eppure rimangono parziali. Invece abbiamo bisogno di risposte sistemiche.

Negli ultimi tempi si è parlato molto di agricoltura e si è creata quasi una polarizzazione, come se l’agricoltura fosse in aperta contrapposizione con l’ambiente e con la natura. Ma se c’è una categoria di persone che hanno bisogno della natura, sono i contadini! 

Ti chiedo allora: esiste un’agricoltura amica dell’ambiente? Le istanze ambientali sono in contrapposizione con la produzione di cibo?

M: Assolutamente no, non lo sono. Questo è un tema a me molto caro, anzi direi a tutti noi. Dal mio punto di vista si è commesso un errore clamoroso nell’accettare questa polarizzazione. Non soffermandoci sulle tante ragioni che ne sono alla base, voglio dire che è necessario lavorare su questa polarizzazione, perché

agricoltura e ambiente sono due volti della stessa medaglia, e non ci sarà nessuna svolta ambientale senza un protagonismo vero delle esperienze agricole che noi conosciamo. L’idea che si è alimentata di due fronti che si scontrano è un gravissimo errore. Le soluzioni si trovano solo se la transizione si compie dal punto di vista agricolo, alimentare e ambientale.

In realtà fuori da questo dibattito, sia in Europa che oltre i confini europei, abbiamo molte esperienze di agricolture piccole e grandi che dimostrano concretamente che si può fare questa operazione insieme. Non è vero che tutte le esperienze medio-grandi devono cozzare con la transizione: tante la stanno compiendo, certo con tanti limiti, ma sono in cammino. Vedo anche esperienze piccole e medie che fanno fatica e soffrono, ma si sono comunque messe in moto per compiere questo cambiamento.

Dobbiamo riconoscere il buono che c’è in tutte le esperienze, vedere dove si sono messe in moto energie positive che nella pratica cercano di sperimentare soluzioni ambientalmente e socialmente più sostenibili. 

Senza l’innovazione non ce la facciamo a percorrere fino in fondo gli obiettivi della transizione. Ma quale innovazione e per chi? Anche l’innovazione deve essere giusta. Anche nei Paesi in via di sviluppo si stanno praticando delle buone soluzioni, il tema vero è riuscire a far diventare queste esperienze – talvolta isolate e fragili – un coro. Un’esperienza collettiva, un’esperienza che sia replicabile, adattabile anche in altri contesti. 

È un po’ il lavoro che cerchiamo di fare qui alla Fao: prendere il buono da alcune realtà e provare a trasferirlo in altri luoghi dove i bisogni sono emergenti.

Orto comunitario di Gituamba, Kenya. Nell’ambito del progetto degli Orti in Africa

B: Ciò che dici è importante, anche perché si rischia che la rappresentazione diffusa sia quella secondo cui non sembra esserci una prospettiva possibile e alternativa. Invece è fondamentale questo tipo di lavoro, che riconosco anche in tanti progetti di Slow Food, per ribadire che c’è un’agricoltura che prova nonostante tutto, e che racconta un’altra storia. 

Emerge anche un ulteriore importante tema, quello culturale, che riguarda chi vuole informarsi e chi vuole scegliere, e che mira a ricreare quell’alleanza tra chi il cibo lo consuma (8 miliardi di persone in tutto il mondo) e il mondo della produzione. Sembrano essere così lontani, spesso non si conoscono, non si parlano: allora farli reincontrare è un lavoro culturale molto importante.

M: Sono estremamente d’accordo: senza una nuova consapevolezza da parte dei cittadini, nessuna svolta produttiva sarà possibile. Dove si riesce a costruire una condizione di equilibrio tra questi due bisogni, la svolta è possibile. Esistono tanti esempi di esperienze in giro per il mondo in cui soluzioni e progetti di comunità garantiscono questo equilibrio avanzato: dove c’è consapevolezza le cose vanno meglio. Credo che sia determinante avere il coraggio, la forza di riconoscere queste esperienze e provare a disseminarle. Riguardo l’utilizzo delle innovazioni possibili rischia di emergere l’ennesima frattura: solo chi può permetterselo può innovare, lasciando indietro gli altri. Non possiamo consentirlo. Non possiamo permetterci per esempio che il rinnovamento varietale di fronte al cambiamento climatico sia solo per i Paesi ricchi e non per i Paesi poveri, perché i primi a essere colpiti sono proprio i Paesi più fragili, che sono anche quelli climaticamente più compromessi. E se noi non introduciamo proprio lì delle esperienze capaci, con la buona scienza, di aiutarci in questa transizione, questi Paesi vengono colpiti doppiamente. Tutti i giorni ci si mostrano esperienze che ripropongono fratture sempre più chiare da questo punto di vista. 

Dobbiamo provare a fare insieme questo lavoro, allargare lo sguardo, e introdurre sempre più gli argomenti agricoli e alimentari come grandi questioni di un’agenda sociale e non solo di addetti ai lavori o di nicchia, come forse alcuni vorrebbero rappresentarci ancora quando ragioniamo di questi argomenti. Ma non lo siamo più, perché sono i grandi temi del cambiamento globale che impongono a queste questioni di rimanere al centro di una discussione collettiva. 

B: Una discussione collettiva che non può essere tacciata di passatismo. Perché ritengo che le stesse persone che affermano di non voler cambiare nulla perché “non c’è da cambiare nulla”, perché “il modello va bene così”, sono le prime a essere ancorate al passato. Quello di cui ci occupiamo noi come Slow Food e la Fao, invece, è il presente e il futuro.

dialogo slow food fao unisciti a noi