Dali Nolasco Cruz, membro del Consiglio di amministrazione di Slow Food all’Ifad: «I sistemi agroecologici garantiscono la sicurezza alimentare alle popolazioni indigene»

È intervenuta ieri, 15 febbraio, durante la riunione del Consiglio dei Governatori dell’Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo delle Nazioni unite, tenutasi a Roma il 14 e il 15 febbraio, Dali Nolasco Cruz, indigena Nahua di Tlaola Puebla, Messico, e membro del Consiglio di amministrazione di Slow Food.

Accelerare l’azione per la sicurezza alimentare: questo il tema della 46esima edizione, alla quale Dali ha partecipato per ribadire la posizione di Slow Food, evidenziando il ruolo fondamentale dei giovani in agricoltura per fronteggiare la crisi climatica e guidare una più ampia trasformazione dei sistemi alimentari. Il mondo ha bisogno di un cambiamento di rotta verso le pratiche agroecologiche se vogliamo garantire sicurezza e sovranità alimentare e l’accesso al cibo sostenibile per tutti.

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Ecco il suo discorso integrale.

Come avrete sicuramente sentito, la più grande ricchezza di risorse naturali si trova nei territori dei popoli indigeni, l’80% della biodiversità mondiale è curata e custodita da noi popoli indigeni del mondo e questa ricchezza è il risultato di centinaia di anni di trasmissione di conoscenze e di amore per la nostra madre terra – ha esordito Dali.

I nostri popoli sono depositari di conoscenze straordinarie, di specie animali, vegetali e fungine che sono resistenti e hanno un grande valore nutrizionale, ma queste conoscenze e questa biodiversità sono direttamente minacciate dallo sfruttamento delle terre. E dove non arriva la mano dell’uomo, arrivano le conseguenze del cambiamento climatico. 

Questo fatto dimostra al mondo l’importanza del nostro ruolo nella salvaguardia della vita del pianeta. Il nostro cibo, e ciò che c’è dietro, sono risposte concrete a questioni globali come il cambiamento climatico e la sovranità alimentare. Purtroppo, il nostro ruolo di difensori della vita del pianeta è minacciato da molti fattori come l’assimilazione culturale, la migrazione per mancanza di opportunità, l’accaparramento delle terre e la violenza rivolta a coloro che si impegnano a difendere la Terra. 

Anche se tutto sembra opprimente e il tempo sta per scadere, noi giovani ci stiamo organizzando per ispirare, accompagnare gli altri e incoraggiarli a non abbandonare i loro villaggi e a continuare a difendere le nostre terre. Voglio anche sottolineare l’importanza del ruolo svolto dalle donne, che sono le più colpite e le più danneggiate dalle conseguenze del cambiamento climatico. E sappiamo che sono state, e sono tuttora, proprio le donne le principali responsabili della protezione dei semi, della cura della biodiversità nei territori e della cura del cibo per tutta la famiglia, per tutta la comunità. 

E come rete Slow Food dei popoli indigeni, in alleanza con l’Ifad, promuoviamo processi formativi di rilevanza culturale e di educazione non formale, co-creando saperi da indigeni a indigeni, per valorizzare i saperi tradizionali e allo stesso tempo condividere strumenti e conoscenze per la difesa e la tutela dei diritti individuali e collettivi dei popoli indigeni, dei loro sistemi alimentari e della loro autodeterminazione.

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Per questo motivo, come rete riconosciamo l’importanza di andare oltre nel nostro lavoro e ribadiamo il nostro impegno a continuare a creare strumenti e meccanismi che diano potere ai popoli indigeni e rendano l’autodeterminazione una realtà.

Ma non possiamo più farlo da soli e quindi siamo qui per chiedere agli Stati di sostenere politiche che valorizzino la diversità delle comunità indigene, cioè di promuovere e finanziare sistemi alimentari olistici che guardino alla sfera ambientale e nutrizionale, ma anche a quella culturale, sociale e spirituale. 

Che promuovano sistemi alimentari locali, a filiera corta, che provengano dalla comunità, che siano prodotti dalla comunità e che alimentino la comunità, senza diventare materie prime per i mercati internazionali, veicoli o sacchetti usa e getta. 

Che tutti i processi e i progetti promossi a livello nazionale abbiano un approccio che parte dal rispetto dei diritti umani, ponendo in primo piano l’applicazione del consenso libero, preventivo e informato.

Che promuovano processi comunitari guidati da giovani e donne e sostengano la loro leadership a livello internazionale. 

Dalla rete Slow Food dei popoli indigeni sappiamo che la sicurezza alimentare deve andare di pari passo con la sovranità alimentare delle comunità e che questi sistemi locali possono creare nuove opportunità per i giovani. Se sono ben strutturati e se i governi sostengono il livello locale (ad esempio, nei loro programmi di approvvigionamento alimentare o di aiuto), creeranno condizioni di lavoro dignitose per i giovani, evitando che migrino e proteggendo la biodiversità locale. 

I giovani indigeni stanno lavorando con forza, amore, passione e impegno in agricoltura per l’azione per il clima e la giusta transizione, ma siete pronti ad assumervi questi impegni mettendo al primo posto la madre terra e il rispetto dei diritti individuali e collettivi dei popoli indigeni? Siete pronti a rovesciare il sistema e a lottare per la vita? Noi lo siamo e abbiamo bisogno di voi come alleati!