Crisi idrica, Varazi: «il rispetto per l’acqua e i fiumi deve essere il punto di partenza»

L’Italia sta vivendo una delle peggiori estati a livello climatico.

A luglio la temperatura ha superato la media di 2,26 gradi, mentre i primi sette mesi del 2022 sono stati i più caldi di sempre. Ha piovuto pochissimo e “male”.

Mentre tutte le principali riserve d’acqua sono in crisi e i fiumi come il Po sono in grave secca, il 12 agosto a Stromboli in soli 15 minuti è caduta la stessa quantità di pioggia che cade in media sull’isola durante l’intero mese di maggio e gli incendi sono stati più gravi ed estesi rispetto agli altri anni.

Nonostante ciò, nei programmi elettorali l’emergenza climatica non sembra essere tra le priorità. Non lo è stata in passato, quando l’ambiente è stato relegato a una fastidiosa appendice nei programmi politici o un tema da citare perché si doveva. Non lo è oggi, se i nuovi fronti politici indicano solo soluzioni di tipo “infrastrutturale” con strategie che rischiano di aggravare le prossime crisi e rallentare così il percorso di attuazione della transizione ecologica su cui siamo già in estremo ritardo.

La crisi idrica in corso potrebbe diventare la più grave della Storia e andrebbe affrontata in modo diverso, lavorando sulle cause e non solo sui sintomi.

Pensare di realizzare ovunque nuovi bacini artificiali come ci sentiamo raccontare molto spesso in queste settimane, senza toccare lo sperpero idrico, in particolare del modello agricolo intensivo, è una strada che non porta da nessuna parte, oltretutto contraria alle strategie europee di tutela e ripristino della biodiversità (“Biodiversità 2030” e “From farm to fork” nell’ambito del New Green Deal, riprese dalla recente proposta normativa “Pacchetto natura” presentata il 22 giugno dalla Commissione europea).

crisi idrica in Italia

La verità è che al nostro Paese dell’acqua non sembra essere mai interessato nulla, se a fronte dei 550 mila chilometri di tubazioni idriche nazionali il 60 per cento risale a 30 anni fa e il 25 per cento a 70.

Ci sarebbero da sostituire 220 mila chilometri di vecchia rete e inserirne 50 nuovi per avvicinarsi alla media europea di dispersione, che si aggira intorno al 15%. Altro tema fondamentale sono i consumi. In Italia non c’è nessun controllo sull’uso dell’acqua, né per le abitazioni né per le attività produttive. Per uso civile consumiamo 245 litri pro-capite, 100 in più rispetto alla media europea e l’uso civile corrisponde solo al 20% del prelievo di acqua da fiumi e invasi, mentre il restante 80% è fuori controllo e il settore agricolo, da solo, pesa per il 53% dei prelievi. Altro paradosso, di uno stato che non soffre di siccità da quest’anno: ogni anno gettiamo in mare 9 miliardi di metri cubi d’acqua da depurazione che in diverse realtà europee vengono riutilizzati anche per uso civile. Questo il triste quadro nazionale sulla gestione della risorsa naturale più preziosa.

Come non rispondere alla natura e agli effetti più diretti dei cambiamenti climatici se non con la natura stessa, allora?

Alle frequenti e devastanti alluvioni alternate a periodi di siccità nei centri abitati e nelle città dovremmo replicare piantando alberi che contribuiscono all’assorbimento dell’inquinamento e delle precipitazioni estreme con le loro chiome e al rinfrescamento in occasione delle ondate di calore. Dovremmo riprendere la pratica dei prati stabili (potenti strumenti contro la CO2), costruire tetti “verdi”, aiuole, parchi, stagni o laghi, ma anche strade sterrate e altre superfici permeabili in grado di assorbire velocemente l’acqua e rallentare il deflusso superficiale durante le piogge torrenziali. Dovremmo, in sintesi, superare la visione tecnicistica e interventista novecentesca per arrivare a riconoscere l’importanza e l’utilità della funzionalità degli ecosistemi, a partire da una maggiore attenzione alle falde: il luogo migliore dove stoccare l’acqua, a patto che l’infiltrazione delle piogge nel suolo non venga ostacolata da interventi umani e dalla cementificazione dei suoli che prosegue a ritmo incessante.

Più rispetto dei fiumi e dell’acqua, quindi, infrastrutture solo dove servono, una rete di distribuzione più efficace e soprattutto meno sprechi e ripristino di pratiche “naturali” per ripristinare la funzionalità ecologica del territorio e dei servizi ecosistemici e limitare al massimo la dispersone dell’acqua.

Federico Varazi, da Green&Blue del 19 agosto 2022


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