Crisi idrica in Cile: sicurezza alimentare a rischio. L’appello della nostra rete

Il Cile sta vivendo la più grave siccità mai registrata. Dal 2010 le precipitazioni nell’area centrale del Paese sudamericano sono abbondantemente sotto la media: in percentuale il calo varia dal 20 al 45%, a secondo dell’anno. Intorno a Santiago, la capitale cilena dove vivono più di 7 milioni di persone, la crisi idrica ha raggiunto livelli drammatici: negli ultimi anni si sono registrate appena il 10-20% delle precipitazioni a cui eravamo abituati. Il problema è che la normalità sta diventando l’assenza di acqua.

Da quando, nel 1915, sono cominciate le misurazioni, nessuna siccità è durata così a lungo come quella attualmente in corso: i paleoclimatologi (cioè gli studiosi che cercano negli anelli degli alberi indizi sulle condizioni climatiche del passato) sostengono che casi di simile “megasiccità” si siano verificati soltanto più di mille anni fa.

In diverse aree del Cile centrale la situazione è talmente grave che i cittadini devono ricorrere a serbatoi d’acqua mobili e pozzi per racimolare quel poco di acqua a disposizione: inutile sottolineare come l’assenza d’acqua renda difficoltoso mettere in pratica le semplici raccomandazioni sanitarie per fronteggiare l’epidemia di Covid-19, come ad esempio il lavarsi le mani, aggravando di molto i rischi vissuti dalla popolazione.

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L’acqua, un bene privato

Il fatto è che il Cile non soffre solo di una siccità catastrofica: la sua gente vive anche una prolungata carenza di diritti. L’acqua infatti, ben lontana da essere considerata un bene che appartiene alla comunità, è privatizzata. Vi raccontiamo questa storia anche per rivendicare il diritto all’acqua bene comune e per portare testimonianze dirette di quel che accade quando così non è. Una negazione dei diritti che ricade, come sempre, sulla popolazione, e in primis su quella che abita le aree rurali. Ma andiamo con ordine.

Il Codice idrico attualmente in vigore in Cile fu redatto e approvato sotto la dittatura militare di Augusto Pinochet nel 1981. Grazie a questa norma lo Stato ha potuto trasferire i diritti sulle fonti e sui diritti di gestione dell’acqua ai privati, rendendola un bene di mercato soggetto a proprietà privata. Con tutto quello che ne consegue: il codice ha permesso e incentivato il sistema di sottrazione dell’acqua, così è perfettamente normale – o perlomeno legale – che milioni di persone rimangano all’asciutto.

Oggi i servizi idrici cileni sono di proprietà di grandi multinazionali, tra cui Suez Group (francese), Aguas de Barcellona (spagnola) e Marubeni (giapponese). Proprietà che privano la popolazione della sovranità idrica e alimentare e minano il benessere delle comunità rurali: il World Resources Institute calcola che il Cile sarà tra i Paesi che dovrà affrontare la più grande crisi idrica entro il 2040.

Emergenza agricola

Non possiamo certo intervenire nella legislazione cilena, ma stiamo lavorando con la nostra rete per portare il maggiore sostegno possibile alla popolazione rurale. Le testimonianze dei contadini con cui siamo in contatto fanno rabbrividire: «Abbiamo perso praticamente l’intero raccolto» ci racconta Evelyn Olguin, contadina della rete Slow Food di Los Yuyos. «Più del 90% degli alberi da frutta è morto e ho dovuto ridurre il numero di polli che allevo. È un problema diffuso nella mia zona, molti produttori stanno soffrendo, e le ultime piogge non sono state sufficienti per poter pensare che la situazione migliorerà. L’aiuto delle autorità è minimo, perché non abbiamo potuto immagazzinare l’acqua per irrigare i nostri campi nel corso dell’estate. La gente non si lamenta nemmeno più, perché davanti all’impero delle multinazionali ci sentiamo impotenti».

Con il persistere della siccità, già nell’agosto 2019 il Governo cileno aveva dichiarato l’emergenza agricola nazionale a causa della desertificazione, un fenomeno che spaventa ancor più della carenza di piogge.
E se la crisi climatica è tra le maggiori cause di questa catastrofe, è la produzione agricola a candidarsi tra i maggiori responsabili del prosciugamento di fiumi e falde. Un’agricoltura intensiva che impoverisce e sfrutta oltre ogni limite le risorse naturali, costringendo agricoltori e allevatori a cessare l’attività, mentre le grandi monocolture, come quella dell’avocado, consumano tutta l’acqua e assicurando guadagni stellari ai giganteschi imprenditori agricoli e alle multinazionali.

Tutto questo non vi fa arrabbiare? O per lo meno preoccupare?

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La produzione alimentare

«In Cile l’acqua è una commodity, una semplice merce, i cui diritti sono stati consegnati a grandi colossi multinazionali, trasferiti a settori produttivi come l’industria mineraria, l’agribusiness, l’industria energetica e i servizi sanitari privati, con il beneplacito di una politica predatoria che vende l’acqua come mera merce e ne fa pagare il conto salatissimo alle comunità rurali. E in circa centodieci bacini idrici i diritti sono stati concessi “in eccesso”, che significa che sono stati ceduti più diritti sull’acqua di quella effettivamente presente nei fiumi e nelle falde», aggiungono Carolina Alvarado Aspillaga e Debora Vega-Valdes della rete Slow Food in Cile.

Il Cile è tra i 10 maggiori esportatori di prodotti agricoli al mondo: avocado, uva da tavola, mirtilli e prugne secche che finiscono banchi dei supermercati di tutto il globo. Le conseguenze? L’enorme perdita di biodiversità, messa a dura prova dalle gigantesche monocolture che prosciugano suolo e falde. Il bestiame muore a causa della riduzione dei foraggi e delle praterie, mentre le api e altri impollinatori lottano contro la mancanza di fioriture. Una situazione che spinge le popolazioni rurali a migrare verso sud, costrette ad abbandonare le terre divenute oramai improduttive.

«Sono un’apicoltrice e una contadina agroecologica della comunità agricola di Quebrada Honda, nella regione di Coquimbo. – spiega Belgica Navea, contadina di Slow Food a Quebrada – Io e mio marito facciamo parte di questa comunità agricola da 20 anni. Abbiamo iniziato con l’apicoltura e gradualmente abbiamo aggiunto alberi da frutta e piccoli animali come polli e capre. La siccità ci ha costretti a diminuire il numero di api allevate, poiché dipendiamo al 100% dalle piogge per mantenerle».

Se l’oggi è preoccupante, il timore per il futuro lo è altrettanto: «Le ultime piogge ci hanno dato un po’ di speranza e ci auguriamo ne arrivino altre, ne va della vita delle nostre api e degli altri animali. Viviamo in siccità da anni e la poca pioggia di quest’anno non sarà sufficiente per il recupero di fiumi, bacini e falde. Credo fermamente che lo stato del Cile debba garantire l’acqua per la produzione di cibo e non lasciarla nelle mani dell’industria e delle grandi aziende. Senza alcuna politica di protezione, per gli agricoltori di piccola scala diventa tutto sempre più difficile e meno sostenibile», conclude Belgica.

Uno sguardo al futuro

Nonostante qualche pioggia abbia portato un leggero sollievo, agricoltori e contadini sono molto preoccupati, e sanno che si tratta appena di un respiro prima dell’apnea. Attivisti locali lavorano come possono per promuovere pratiche agricole ecologiche e più resilienti, come ad esempio piantare specie autoctone più resistenti alla siccità, e in numero tale da poter contribuire a un significativo sequestro del carbonio per una agricoltura rigenerativa che possa rafforzare l’ecosistema. L’ostacolo principale rimane il sistema di assegnazione dei diritti sull’acqua, e l’uso sconsiderato delle risorse idriche da parte dell’agroindustria e delle attività produttive.

«Questa pressoché ininterrotta condizione di siccità non rappresenta più una catastrofe occasionale: dura da oltre dieci anni ed è un evidente segno della crisi climatica in corso. In questo nefasto scenario, la privatizzazione e l’accaparramento delle risorse idriche non può che avvantaggiare pochi a discapito della popolazione» concludono Carolina Alvarado Aspillaga e Debora Vega-Valdes, membri della rete Slow Food in Cile. «L’esaurimento delle risorse idriche è destinato a continuare, e non intravediamo alcun progresso verso una profonda riforma del sistema di gestione di questo bene così prezioso. È ora che il Cile riconosca il suo valore come bene comune, come risorsa fondamentale per la vita e la sopravvivenza».

 

 

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