Crisi – Come rinascono le nazioni

Siamo a ormai quasi tre settimane di distanziamento sociale e, fra le tante strategie di resilienza che stiamo adottando per trascorrere bene questo tempo sospeso, c’è anche la lettura – che poi, in realtà è un’ottima strategia in qualsiasi tempo.

Tra i libri che erano appoggiati da un po’ sul mio comodino, c’è anche Crisi – Come rinascono le nazioni (2019) di Jared Diamond, autore, tra gli altri, di Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (1998) e Collasso – Come le società scelgono di morire o vivere (2005). Pubblicato da Einaudi nel 2019 il libro mette in atto la crisi e la sua possibile soluzione adottando una prospettiva interessante: il parallelismo tra le crisi personali e le crisi nazionali, applicandolo a sette casi studio. Vediamoli insieme.

STUDIARE LA STORIA PER COMPRENDERE MEGLIO IL FUTURO

Diamond parte della storia dandoci un quadro di diverse tipo di crisi che cambiano a seconda delle cause che le hanno generate. La Finlandia in guerra con l’Urss (1939), il Giappone dei Meiji (1853) rappresentano la situazione di due nazioni sottoposte a un violento shock esterno; il Cile di Pinochet (1973) e l’Indonesia degli anni Sessanta costituiscono invece due esempi di crisi repentine ma determinate da cause interne; infine le due crisi nazionali, o meglio processi di trasformazione decisamente più lenti, affrontate dalla Germania nel secondo dopoguerra e dall’Australia che, a partire dagli anni Sessanta attraversò una forte crisi identitaria.

Naturalmente non manca la panoramica di crisi attuali o future, i cui esiti non sono affatto scontati: in questo caso, dalla prospettiva delle singole nazioni (di nuovo il Giappone, e gli Stati Uniti) si passa a quella del pianeta nel suo complesso: l’impiego di armi nucleari, i cambiamenti climatici, l’esaurimento delle risorse del pianeta, le disuguaglianze negli standard di vita, e (la questione è soltanto accennata, ma è quella che ora ci riguarda più da vicino), il diffondersi di nuove malattie contagiose.

CRISI PERSONALI, CRISI NAZIONALI

(r) Callum Shaw Unsplash

Si può effettuare un parallelismo tra le crisi personali e quelle nazionali? A detta di Diamond sì, e a questo proposito viene in aiuto un approccio noto come “terapia della crisi”, che aiuta il singolo individuo a mettere in atto strategie di cambiamento selettivo che lo aiutino a tracciare i confini del problema, e a superare la sensazione di paralisi.

I 12 fattori individuati dai terapeuti per la risoluzione di una crisi personale hanno punti di contatto evidenti con i fattori che influenzano gli esiti delle crisi nazionali. Senza elencarli tutti nel dettaglio, mi soffermo solo su alcuni di essi.

Il riconoscimento dello stato di crisi è la presa d’atto, l’ammissione di avere un problema, cioè il primo fondamentale passo che possiamo intraprendere, come singoli e come nazioni – e in modo più difficile come comunità globale –, per provare a risolverlo. Il suo contrario è la negazione del problema, ed è una strategia che non paga, perché determina la cronicizzazione del problema stesso.

Il passo successivo consiste nell’accettazione delle responsabilità che fa sì che tanto gli individui quanto le nazioni adottino un atteggiamento maturo, scevro da autocommiserazioni e atteggiamenti vittimistici, che li porti a cercare di modificare il proprio comportamento e le proprie reazioni.

Quindi la necessità di tracciare un confine chiaro, per delineare i problemi individuali/nazionali da risolvere. È un passaggio fondamentale, perché se ragioniamo su ciò che in noi funziona e su quello che, invece, possiamo e dobbiamo scartare ci sarà più facile trovare un’alternativa valida, senza sentirci completamente paralizzati o inadeguati. Diamond non parla di cambiamento tout court, ma di cambiamento selettivo. Intimamente legata a questo passaggio c’è la capacità di autocritica, che consiste in una valutazione onesta, e spesso dolorosa, delle proprie risorse e debolezze.

E poi c’è il tema decisivo degli altri, che nelle crisi personali possono offrire sostegno materiale ed emotivo, ma anche diventare modelli a cui ispirarci.

INTERROGARSI SULLE STRATEGIE

Poiché siamo in uno stato di crisi evidente, che coinvolge tutti i livelli – dal personale al nazionale al globale – è difficile leggere Crisi senza porsi domande – e provare a trovare risposte – su come stiamo agendo ora e anche su come ci prepareremo per le sfide future, che di certo non sono scomparse dall’orizzonte per l’emergenza SARS-Cov-2.

Molti dei punti elencati sopra possono essere utilizzati per interrogarci sulle strategie adottate e sui correttivi che potremo apportare. Abbiamo riconosciuto lo stato di crisi? Lo abbiamo fatto in maniera tempestiva? Siamo disposti a riconoscere le nostre responsabilità, magari cercando di capire se il propagarsi del virus abbia un legame con la distruzione della natura (come ci mostra chiaramente nel suo  report il Wwf), che stiamo operando da decenni e con tutti i segnali di allarme che, più o meno consapevolmente, stiamo ignorando? Possiamo tracciare un confine, individuando i cambiamenti selettivi che dobbiamo apportare, rivedendo i nostri stili di vita e mettendo al primo posto il bene pubblico anziché la preservazione a tutti i costi di un sistema economico che si dimostra sempre più inadeguato? Come possiamo attuare strategie di cooperazione e di reciproco aiuto, e agire come comunità, anziché come singole entità?

(r) Karsten Wurth Unsplash

Ecco, queste sono alcune delle domande che Crisi può stimolare, pur non essendo focalizzato sul tema di questa emergenza, e può farlo per l’adesso e per il dopo. È sempre più chiaro, infatti, che ricostruire tutto come prima non ha senso come saggiamente ci suggerisce  Carlo Petrini in questo articolo, e che molti altri problemi come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse o le disuguaglianze sociali ci presenteranno presto il conto, se non proveremo a introdurre un cambiamento selettivo.

Silvia Ceriani,
s.ceriani@slowfood.it

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