Crisi climatica e sanitaria, Petrini: «Il silenzio assordante dei governi di fronte al massacro dei popoli indigeni»

«Un vero approccio ecologico diventa sempre più un approccio sociale che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri».

Questa affermazione è stata ripetuta da Papa Francesco in occasione del Sinodo Panamazzonico nell’ottobre 2019. Come uditore sono stato testimone di questo evento e ho ascoltato direttamente le voci delle comunità indigene per il pieno riconoscimento dei loro diritti, delle terre che abitano, della loro cultura e della loro spiritualità. Pochi mesi dopo, all’inizio del 2020 il Corona virus si è abbattuto sulle popolazioni della foresta già minacciate da altre due enormi calamità: la deforestazione e il cambiamento climatico, che da anni stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza degli ultimi rappresentanti di popoli che hanno abitato queste terre per millenni.

Deforestazione, cambiamento climatico e Corona virus mettono a rischio la sopravvivenza degli indigeni

Deforestazione e cambiamento climatico che, purtroppo, non hanno conosciuto rallentamenti in questo anno travagliato. In particolare il Brasile ha visto crescere la quota di bosco distrutta del 50% mentre il suo governo, in violazione dei diritti umani, sembra, cavalcare la crisi sanitaria. Un modello che vede la natura come input industriale da sfruttare fino all’osso. Analogamente gli altri governi rimangono silenti di fronte a questo massacro di popoli indigeni, fingendo di ignorare che le sue cause sono strutturalmente politiche e risiedono in un capitalismo predatorio che non conosce limiti, non accetta freni, non ammette rivendicazioni di diritti.

Eppure chi vigilerà sull’Amazzonia quando l’ultimo suo custode ancestrale sarà spazzato via dal malgoverno e dalla violenza?

Forse non ci rendiamo conto che stiamo assistendo a qualcosa di simile a ciò che dovette accadere all’arrivo dei primi conquistadores spagnoli e portoghesi, le cui spade trovarono preziosi alleati nei virus europei che dilagavano tra i popoli nativi. Oggi, però, a differenza di allora possiamo opporci, ritornando a parlare di solidarietà internazionale, di globalismo, di fratellanza universale.

Attualmente gli ultimi 100 Paesi del mondo per numero di vaccini hanno ricevuto, tutti insieme, meno dosi della sola Italia. Gli ultimi 50 meno dosi del Piemonte. Non possiamo accettare questo stato di cose, dobbiamo rivendicare il diritto universale alla salute. È giunto il tempo di chiedere che nella corsa all’immunizzazione siano inclusi anche i Paesi che non hanno la forza economica e politica per accedere alle prime forniture.

«Alziamo la voce e chiediamo che i brevetti sui vaccini contro il Covid decadano»

Contestualmente, come già sta avvenendo, bisogna alzare la voce di chi chiede che i brevetti sui vaccini contro il Covid decadano: che la produzione sia liberalizzata ovunque esistono le tecnologie per farlo e condivisa con le nazioni più povere. Il mercato non può venire prima della giustizia sociale, non può mai venire prima delle vite umane. Mettere in sicurezza le parti più povere del pianeta è fondamentale anche per la nostra stessa immunità.

Le persone di buona volontà, di ogni estrazione sociale e di ogni appartenenza politica, uniscano le proprie voci per alzare un grido di solidarietà e giustizia che sia capace di abbattere il muro dell’egoismo e dell’avidità. Solo se saremo in grado di fare questo usciremo migliori dal peggior biennio dal dopoguerra.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.i

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