Covid-19: una questione ambientale

Oggi la battaglia per la difesa della biodiversità è diventata cruciale, perché è la battaglia per preservare la sopravvivenza dell’intero pianeta oltre che dell’umanità stessa: ciò stiamo fronteggiando è la perdita irrimediabile di interi ecosistemi, una crisi climatica globale che ci minaccia tutti e lo sviluppo di malattie infettive dalle conseguenze devastanti, come dimostra quello che stiamo vivendo in questi giorni. Facciamo il punto.

IL RUOLO CRUCIALE DEL SISTEMA ALIMENTARE INDUSTRIALE, OVVERO COME L’ALLEVAMENTO E MONOCOLTURE INTENSIVE CI RENDONO PiÙ DEBOLI
(E DEVASTANO IL PIANETA)

In una recente intervista, il biologo evoluzionista Rob Wallace, autore nel 2016 del libro Big Farms Make Big Flu, ha ben chiarito come «il vero pericolo di ogni nuovo focolaio è costituito dal rifiuto di capire che il CoViD-19 non è un incidente isolato. L’aumento della presenza di virus è legato alla produzione alimentare e al profitto delle multinazionali. Chiunque miri a capire perché i virus stanno diventando sempre più pericolosi deve indagare sul modello industriale dell’agricoltura e, più specificamente, della produzione zootecnica. Ma ora, pochi governi e pochi scienziati sono disposti a farlo.»

L’ORIGINE ZOONOTICA DEL VIRUS

Molte delle recenti epidemie e pandemie sono infatti di origine zoonotica, sono trasmesse cioè dagli animali ed è ormai dimostrato che gli allevamenti intensivi possono facilitare la trasmissione dall’animale all’uomo. Ad esempio, uno dei primi casi fu nel 1998 la comparsa del virus Nipah in Malesia, in legame causa-effetto con l’intensificazione della produzione di suini ai margini delle foreste tropicali, dove vivono i pipistrelli della frutta. Il rischio di spillover, cioè il salto del virus dall’animale all’uomo, cresce nel caso di attività umane come lo sviluppo di allevamenti intensivi e attività agricole; oppure con il traffico, legale o illegale, di animali selvatici che poi vengono portati nei mercati. L’interazione tra cambiamento ambientale e insorgenza di malattie infettive non ha però finora ricevuto sufficiente attenzione.

LE EVIDENZE SCIENTIFICHE: LA RELAZIONE TRA AZIONE DELL’UOMO SULLA NATURA E DIFFUSIONE DELLE MALATTIE INFETTIVE

Un mese fa, quando l’emergenza CoViD-19 iniziava a colpire l’Italia, un gruppo di scienziati internazionali, sotto il coordinamento dell’Università La Sapienza, ha pubblicato un articolo in cui si mette in relazione la diffusione delle malattie infettive con l’azione dell’uomo sulla natura. In particolare, si indagano le similitudini e le ricorrenze che avvicinano l’attuale pandemia con una serie di episodi recenti che hanno infiammato ampie zone del pianeta: la diffusione di Ebola in Africa occidentale, il MERS CoV (Middle East Respiratory Syndrome), le ben note Sars e H1N1, il virus Zika che ha le zanzare come vettore; a questo proposito, è utile ricordare che la deforestazione, con lo stravolgimento degli equilibri naturali che porta con sé, ha anche aumentato il rischio di malaria in Africa e in Sud America, perché le zanzare si diffondono incontrastate.

IL REPORT DEL WWF: DISTRUZIONE DELLA BIODIVERSITÀ = ESPOSIZIONE A PANDEMIE

Un quadro chiaro e tradotto in termini comprensibili a tutti delle evidenze scientifiche che hanno previsto la situazione purtroppo gravissima nella quale ci troviamo oggi ce lo fornisce il Wwf con il suo rapporto “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi”, secondo il quale, tra l’altro «se da una parte la distruzione di habitat e di biodiversità crea condizioni favorevoli alla diffusione di malattie zoonotiche emergenti, dall’altra la creazione di habitat artificiali o più semplicemente di ambienti poveri di natura e con un’alta densità umana possono ulteriormente facilitarla». E le malattie emergenti sono quadruplicate nell’ultimo mezzo secolo.

NON DIMENTICHIAMO LA CRISI CLIMATICA

Anche la crisi climatica produce i suoi effetti sulla diffusione di virus, perché le temperature elevate e la siccità producono più incendi (ricordiamo tutti la devastazione dell’Australia di qualche mese fa) e perdita di ecosistemi, più inquinamento atmosferico e maggiore carico di malattie respiratorie, come afferma uno studio dell’ Harvard Global Health Institute. Ne abbiamo avuto una drammatica conferma in questi giorni, con il position paper della Società Italiana di Medicina Ambientale dove si mette in relazione l’incidenza particolarmente alta dei casi di infezione virale in Lombardia con le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5). «Le polveri sottili funzionano da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. […] Si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo, considerando un ritardo temporale intermedio di 14 giorni, pari al tempo di incubazione del virus».

La malattia, a quanto pare, è in gran parte una questione ambientale.

LA SOLUZIONE

L’approccio One Health promosso dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità sarà fondamentale per prevenire future pandemie. L’approccio mira a disegnare e implementare programmi, politiche e ricerca in sinergia tra diversi settori (salute pubblica, ambiente, salute animale, agricoltura, per esempio) per raggiungere migliori risultati per la salute pubblica. Una delle aree di lavoro particolarmente importante riguarda proprio la prevenzione delle zoonosi. E se il mondo non metterà in atto un approccio integrato per mitigare le conseguenze dell’emergenza del cambiamento ambientale e della crisi climatica, le capacità dei paesi di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goal), e dunque la speranza in un mondo migliore, saranno compromesse per sempre.

Paola Nano
p.nano@slowfood.it

Slow Food si occupa di difesa della biodiversità agroalimentare, uno degli scopi primari del nostro movimento, dalla metà degli anni Novanta. In quegli anni il rischio di perdere razze animali, varietà particolari di frutta e verdura, prodotti trasformati artigianalmente dalla mano dell’uomo sembrava grave specialmente per la perdita di cultura materiale, di mantenimento del paesaggio e di una socialità condivisa. Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, un lavoro enorme è stato fatto da molti soggetti nel mondo, non solo da Slow Food, nel tentativo di fermare la perdita di biodiversità, e via via la consapevolezza del problema si è diffusa, a tutti i livelli, con dichiarazioni d’intenti, conferenze internazionali e tentativi di fermare questa catastrofica tendenza. Ma la distruzione non si è arrestata, lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali da parte dell’uomo è continuato a ritmo incessante. Nel 2019, il Rapporto di valutazione globale sulla biodiversità e i servizi ecosistemici pubblicato da IPBES (Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) ha lanciato un allarme dai toni mai sentiti: il ritmo della distruzione sta procedendo a un ritmo mai visto prima e un milione di piante e animali scompariranno dal pianeta in poco tempo. Oggi difendere la biodiversità è diventata una missione molto più totalizzante, perché vuol dire combattere in tutto il mondo l’agricoltura industriale: le distese di campi coltivati a monocoltura, i campi irrorati di veleni, i terreni resi sterili, le foreste tagliate e devastate, gli animali stipati in allevamenti intensivi.

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