Covid-19 e macelli: quando il benessere animale fa la differenza anche per l’uomo

Dopo l’allarme e lo scandalo suscitati in Germania dal focolaio che si è sviluppato in un macello industriale della Bassa Sassonia, anche in Italia, nella pianura padana tra Modena e Mantova, il virus del CoViD19 pare diffondersi con particolare facilità tra i lavoratori delle aziende di macellazione e trasformazione di carne suina. Negli ultimi giorni sono infatti salite a 70 le persone infettate nelle cinque strutture coinvolte.

In generale, pare che gli impianti di lavorazione delle carni favoriscano la nascita di focolai CoViD 19, con un tasso di infezioni superiore di ben cinque volte la media. Secondo un rapporto pubblicato dal Food and Environment Reporting Network, la situazione peggiore da questo punto di vista si registra negli Stati Uniti, ma già nella prima parte del mese di giugno in Europa si contavano 2670 casi confermati di Covid-19 tra i dipendenti di macelli e impianti di lavorazione della carne. Oltre alla Germania, che è il terzo produttore di carne suina al mondo dopo Cina e Stati Uniti, focolai si sono verificati in Irlanda, Francia, Olanda, Spagna, e adesso anche in Italia. Nel Regno Unito di recente un focolaio di Coronavirus è scoppiato all’interno di un impianto di lavorazione della carne del 2 Sisters Food Group, uno dei maggiori nel Paese, che rifornisce catene di supermercati e fast-food.

Le spiegazioni di questo fenomeno vanno ricercate nelle situazioni ambientali che si vengono a creare in queste strutture. Bisogna premettere che non c’è nessuna evidenza che i comuni animali da allevamento siano portatori e trasmettitori del virus. Anzi, uno studio dell’istituto tedesco Friedrich-Loeffler ha testato, in condizioni sperimentali, che né i suini né i polli hanno dimostrato di essere suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2. È proprio l’ambiente del mattatoio in sé che è l’ideale per la trasmissione del virus, perché la lavorazione della carne comporta temperature molto più basse rispetto ad altre situazioni produttive, e c’è un’elevata umidità e vaporizzazione. Inoltre, spesso le criticità si aggravano perché la manodopera, impiegata attraverso cooperative di lavoratori stranieri, vive anche al di fuori del luogo di lavoro in situazioni di affollamento abitativo, spesso in condizioni di promiscuità e scarsa igiene. Il lavoro spalla a spalla, in quelle che sono vere e proprie catene di montaggio al momento del porzionamento e del disossamento, completa il quadro ad alto rischio.

I focolai epidemici nei macelli non fanno altro che rivelare gli eccessi del nostro sistema di produzione di carne a basso costo e i danni del consumo di massa di prodotti animali. Il mercato della carne in Germania, negli USA ma anche in Italia, è caratterizzato da quantità troppo grandi, prezzi troppo bassi e concentrazione della produzione in poche, e troppo grandi, aziende. La spietata guerra dei prezzi viene combattuta sulle spalle degli uomini, degli animali e dell’ambiente.

Secondo la presidente di Slow Food Germania, Ursula Hudson, «gli attuali scandali sono un campanello d’allarme che deve spronarci verso il cambiamento in direzione della sostenibilità e del superamento dei vecchi schemi. Invece di costringere gli esseri umani e gli animali in un sistema crudele e degradante, dobbiamo promuovere strutture che rispettino le esigenze di benessere – animale e dei lavoratori – riducendo le dimensioni di queste strutture e le quantità di animali macellati, commercializzati e consumati».

Slow Food, attraverso la campagna Slow Meat, invita a preferire consumi ragionati di carne e a fare scelte pensando anche all’impatto sull’ambiente, al benessere degli animali e alla tutela del lavoro; sostiene il lavoro dei produttori di piccola e media scala che rispettano il benessere degli animali e cercano di pesare il meno possibile sull’ambiente e in diverse occasioni ha fatto opposizione alla costruzione di grandi macelli.

Dobbiamo quindi mangiare meno carne e di migliore qualità, che vuol dire evitare la carne e i trasformati provenienti da allevamenti intensivi e da fabbriche industriali, privilegiando invece quella da aziende che allevano un numero limitato di capi e sono rispettose dell’etologia degli animali, perché gli animali che mangiamo hanno una sensibilità, dei bisogni.  Se vogliamo essere consumatori attenti all’ambiente, alla nostra salute e al valore etico del cibo, nello scegliere di mangiare carne o altri prodotti animali dobbiamo farci carico di informarci sulla filiera – e non cadere nella trappola del prezzo basso. Abbiamo detto e lo ripetiamo: meno quantità, più qualità.

Mucche al pascolo in Val Sangone presso Coazze – Presidio del Cevrin di Coazze, regione Piemonte.

Anche i migliori allevamenti finiscono al macello (industriale)

Negli allevamenti più sostenibili gli animali, spesso di razze autoctone, sono nutriti con foraggi, fieno, miscele di cereali e leguminose del territorio. Pascolano in libertà, e con gli zoccoli smuovono il terreno, areandolo; il loro letame rende i terreni più fertili. Tuttavia, anche in queste situazioni ideali, c’è un momento non facile, per gli allevatori e per i loro animali: dopo averli fatti vivere così bene li mettono in un carro bestiame e li portano via, in un edificio pieno di odori, di rumore e di altri animali sconosciuti, in cui si respira la paura della morte: una situazione di grande stress.

Purtroppo, la legislazione europea obbliga gli allevatori, se vogliono commercializzare la carne dei loro animali, a portarli per essere abbattuti nelle grandi strutture autorizzate. Lascia però agli Stati possibilità di manovra e per esempio in Germania e in Austria è permesso l’abbattimento dei capi in campo, nell’azienda in cui vivono, con un’arma a proiettile libero, e la prima fase del dissanguamento, quella più delicata per questioni igieniche, avviene in un furgone mobile attrezzato, che trasporta poi l’animale già morto al macello per la lavorazione. In Francia, la sociologa e zootecnica Jocelyn Porcher ha creato l’associazione Quando il macello arriva in fattoria per conservare il senso della relazione con l’uomo che si è instaurata fin dalla nascita dell’animale. Secondo la studiosa, che è anche allevatrice, non si deve rompere il legame, non si deve sentire di tradire l’animale: abbattere in fattoria evita molta paura e dolore. Per questo sempre più allevatori e consumatori sostengono questo approccio. Anche in Italia stanno nascendo progetti di sperimentazione che vanno in questa direzione, per arrivare a trasportare al macello, lontano dal loro ambiente di vita, animali inconsapevoli o già deceduti.

Si tratta di esperienze che però riguardano una parte esigua del grande mercato della carne, ancora troppo orientato all’approccio e le dimensioni industriali. Siamo noi consumatori a doverci battere, con le nostre scelte e facendo pressione nei confronti delle istituzioni e della politica, perché il Trattato di Lisbona, sottoscritto dai Paesi dell’Unione Europea nel 2007, che ha ufficialmente riconosciuto agli animali lo status di esseri senzienti, impegnando gli Stati membri ad adoperarsi per adottare politiche il più possibile rispettose del loro benessere, sia seriamente applicato, anche nell’ultima fase della loro vita.
Potrebbe essere questa un’altra conseguenza dell’epidemia di CoViD 19, che ci mette di fronte alle contraddizioni del sistema in cui viviamo e che ci obbliga a cambiare in meglio.

Paola Nano,
p.nano@slowfood.it

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