Cosa succederebbe se smettessimo di mangiare tutti la carne?

Un mondo vegano?

Si parla molto dei vegani in questo periodo, anche se tanta attenzione mediatica forse non è giustificata: a livello percentuale sono dal 2 all’8% della popolazione mondiale, una minoranza molto esigua.

Il successo recente del loro messaggio si spiega probabilmente con il suo semplicismo (più che la semplicità): non consumare carne, formaggi, latte, uova, miele, nessun prodotto fabbricato da derivati animali insomma, abolirebbe la sofferenza di questi ultimi, sconfiggerebbe la fame nel mondo, salverebbe il clima, migliorerebbe la nostra salute, accrescerebbe la speranza di vita e sopprimerebbe la cultura della violenza. In realtà non è così, anzi è proprio il contrario.

Lo spiegano bene due libri usciti più o meno nello stesso momento in Francia. Uno è del sociologo francese Paul Ariès e si intitola Lettre ouverte au mangeurs de viande qui voudraient le rester sans culpabiliser (Lettera aperta ai mangiatori di carne che vorrebbero restare tali senza sentirsi in colpa, ndt); l’altro è scritto da Frédéric Denhez, ricercatore specializzato in questioni ambientali, intitolato La cause végane. Un nouvel intégrisme? (La causa vegana. Un nuovo integralismo? ndt).

Spesso si presenta il veganesimo come una conseguenza logica, anche se estrema, del vegetarianesimo. Si tratta in realtà di due stili di alimentazione che non si devono confondere, perché presuppongono scenari ambientali e sociali estremamente diversi. Entrambi sono mossi da sentimenti positivi, di empatia verso gli animali e di rifiuto delle condizioni terribili che gli allevamenti industriali gli riservano. Ma i vegani teorizzano la fine dell’allevamento in ogni sua forma, senza porsi la domanda fondamentale: chi è responsabile di questi orrori? Gli allevatori e i consumatori di carne, formaggi, latte etc. o piuttosto le lobby della carne, dei cereali, del commercio che hanno creato un sistema produttivistico esasperato?

I vegani sbagliano bersaglio, se la prendono con l’allevamento animale senza fare differenze, mentre se avessero davvero a cuore il benessere degli animali, dell’ambiente e dell’umanità stessa dovrebbero saper distinguere tra modelli di produzione animale profondamente diversi. Una cosa sono gli allevamenti industriali intensivi, che sottopongono gli animali a condizioni di vita spaventose; e questi sono il vero nemico. L’idea dei vegani di imputare genericamente all’umanità lo sfruttamento degli animali rifiuta di prendere in considerazione l’esistenza di un tipo di allevamento, che definiamo tradizionale, caratterizzato dall’attenzione al benessere animale, con un numero limitato di capi liberi di nutrirsi al pascolo, a bassa produttività; non considerando questa differenza sostanziale, il veganesimo favorisce nei fatti l’industria della carne e finisce per difenderla.

Ma proviamo a fare un esercizio di immaginazione e ipotizziamo un mondo in cui i vegani diventassero la maggioranza, o addirittura la totalità delle persone. Scenario improbabile. L’esercizio però è utile perché serve a far capire quale panorama devastante ci troveremmo davanti.

Nel corso della storia la domesticazione ha trasformato sia gli umani che gli animali, e questi ultimi, secondo gli etologi, vi hanno giocato un ruolo attivo, al punto che numerosi specialisti parlano di auto-domesticazione, una vera e propria simbiosi tra animali e società tradizionali. Gli animali domestici non vivono senza l’uomo, il ritorno a uno stato selvatico non è praticabile senza mettere in conto gravi privazioni e sofferenze per quegli stessi “esseri non umani”, secondo la definizione antispecista,  che si vorrebbero “liberare”. Mandrie di bovini, greggi di pecore e capre vagherebbero nei boschi o negli spazi incolti. Molti capi morirebbero di infezioni, parassiti, ferite, uccisi dal lupo o da altri predatori. Morirebbero altrettanto numerosi che negli allevamenti tradizionali, ma con maggiore sofferenza, perché morire in natura è qualcosa che di rado avviene rapidamente. Un bravo allevatore ha a cuore la salute dei suoi animali, la parte di essi che utilizza per produrre carne è più o meno la stessa che morirebbe naturalmente se abbandonata a se stessa, ma in compenso la morte è rapida e forse meno crudele.

Se poi guardiamo all’agricoltura e alla nostra alimentazione, in un mondo di vegani non ci sarebbe altra scelta che implementare ancora la coltivazione dei cereali, modificandoli geneticamente per renderli più grandi e produttivi. L’industria avrebbe buon gioco nell’imporre scelte high-tech di ogni sorta, ivi compresi gli ogm.

Soia, Campo Verde, Mato Grosso, Brazil – March 02, 2008

Oggi, nel sistema perverso dell’allevamento industriale, la lobby dei produttori di carne si è alleata con la lobby dei cereali e della soia per imporre un’alimentazione a base di mangimi industriali, abolendo praticamente l’erba e il fieno dalla dieta degli animali. Cargill e Continental controllano ciascuna il 25% del commercio dei cereali, cinque società controllano il 75% del mais, quattro controllano l’80% della soia. I principali fabbricanti di alimenti vegani non per caso appartengono a grandi aziende agricole i cui veri proprietari, direttamente o indirettamente, sono Dupont, Bayer, Exxson Mobil, General Electric, Microsoft, Pfitzer, Philip Morris, Walmart, Danone, Coca-Cola; alcune di queste imprese sono nella lista dei 100 maggiori inquinatori mondiali, classifica elaborata dall’Istituto per la ricerca politico-economica dell’Università del Massachusset.

Questo allevamento che nutre gli animali con cereali e soia è responsabile dei 2/3 delle emissioni di protossido d’azoto mentre l’allevamento al pascolo non ne produce quasi e permette alla CO2 di essere assorbita dal suolo.

Le due lobby (cereali e carne industriale) sono alleate, il loro scopo è di farci mangiare quello da cui possono guadagnare di più: oggi la carne la carne industriale, domani ancora più cereali, soia, e surrogati della carne, sui quali non a caso le multinazionali stanno investendo perché intravedono grandi guadagni in futuro…. e la diffusione del veganesimo a costoro non può che far buon gioco.

Senza allevamento resterebbero solo chimica e biotecnologie. E perdita di biodiversità. Monocolture. La biodiversità nelle praterie e nei pascoli di montagna si mantiene grazie al calpestìo e al brucare degli animali. L’allevamento tradizionale mantiene i paesaggi, regola un ambiente naturale che non può funzionare senza l’uomo, che lo si voglia o no. Quando sparisce, il terreno si ricopre di arbusti e di vegetazione debole, che non è in grado di contrastare l’erosione e il degrado.

Per non parlare del concime. L’umanità è uscita dalle carestie endemiche quando ha realizzato un sistema integrato tra allevamento e agricoltura, ovvero quando ha potuto concimare il suolo con le deiezioni animali. Senza il concime animale si potrebbero coltivare legumi e cereali, utilizzando i cosiddetti concimi verdi. Ma sarebbero sufficienti? Bisognerebbe probabilmente aumentare le superfici coltivate, a scapito dei boschi e delle foreste. Sulla carta, può darsi che sia possibile coltivare verdure e cereali senza concimi animali, ma la soluzione più probabile sarebbe un aumento notevole dell’utilizzo di concimi chimici.

Un’umanità diventata vegana non ci farebbe tornare a uno stato idilliaco di vicinanza alla natura, ma al contrario ci porterebbe sempre più verso il degrado ecologico, l’industrializzazione e l’artificialità.

È questo il mondo che vogliamo?

di Paola Nano
p.nano@slowfood.it

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