Corrado Barberis: morto il padre della sociologia rurale

La scomparsa di Corrado Barberis rappresenta senz’altro un grande lutto per il mondo accademico. Professore di Sociologia rurale e presidente honoris causa dell’Istituto nazionale di sociologia rurale, per lunghi decenni ha sviluppato un importante settore della conoscenza nel nostro Paese. Nei lustri che hanno seguito la diaspora contadina, la fuga dalle campagne per un avvenire industriale che sembrava aver egemonizzato il futuro della nazione, Corrado Barberis ha lavorato con originale visionarietà allo studio delle campagne e ai processi di trasformazione, vedendo nel recupero di quel mondo che allora pareva in dissoluzione, una risorsa fondamentale per progettare traiettorie di futuro. L’approccio originale a questi temi l’ha portato ad interpretare prima di tanti altri, prima che la gastronomia si facesse moda, il cibo con una scientifica lettura creativa volta a declinare nella sua complessa variabilità materiale e immateriale i tratti valoriali che avrebbero potuto cambiare le sorti delle campagne. Tra le sue tante pubblicazioni scientifiche è opportuno ricordare l’Atlante dei prodotti tipici italiani che rappresenta un esemplare lavoro di ricerca, di identificazione e di valorizzazione degli specifici territori di una campagna che allora si osservava in modo indifferenziato.

Ho avuto la fortuna di conoscere Corrado Barberis quando venne al Centro Studi Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo per partecipare a convegni che avevano per tema le culture e le colture delle campagne. Erano gli anni che trascorrevano tra i decenni Settanta e Ottanta del Novecento. Le Langhe cominciavano ad uscire dalla malora che aveva caratterizzato la difficile condizione contadina delle colline pavesiane e fenogliane. Corrado Barberis vedeva nei primi tentativi di questo mondo alla ricerca della sincerità e valorialità dei frutti della campagna le ragioni per ri-ancorarsi al paese e i motivi per ritornare a ri-appaesarsi al mondo della tradizione.

Una lettura specifica aveva riservato ai contadini che si erano fatti operai e che ora avvertivano sempre più insistentemente il riecheggiare dei tratti valoriali che la sapienzialità della tradizione possiede.

Lo studioso mi aveva inoltre sorpreso per le sue specifiche conoscenze relative ad areali contadini quando discutemmo delle montagne cuneesi – allora interpretate come il mondo dei vinti da quel grande cantore della condizione contadina che fu Nuto Revelli – e mi parlò del formaggio Castelmagno in cui riconosceva un prodotto d’eccellenza che poteva diventare un valore gastronomico del mondo: una preveggenza scientifica che ora si è fatta consolidata realtà.

Parlammo inoltre di Bra, di questo grosso paese ai margini delle colline di Langa dove ragioni gastronomiche innovative si andavano declinando in un’originalità interpretativa che sostanziava la sua visione scientifica di un mondo pronto al riscatto.

Un generoso percorso di vita e di studio dedicato al risorgere delle campagne: di questo dobbiamo essergli riconoscenti e grati.

 

di Pier Carlo Grimaldi, già Rettore dell’università di scienze gastronomiche

 

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