COP25, adesso o mai più

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, in occasione dell’apertura della COP 25 per il clima, ha lanciato un allarme dai toni mai sentiti prima.  

Ha detto: “Ci stiamo rapidamente avvicinando al punto di non ritorno. Dobbiamo scegliere tra arrenderci – lasciando che l’emergenza climatica metta a rischio ogni abitante del pianeta – o imboccare la strada della speranza, delle soluzioni sostenibili e dell’azione. […] I risultati dell’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale dei Meteorologi sono chiari: gli eventi climatici estremi stanno diventando più frequenti e provocano un crescente numero di morti. I nostri sforzi finora sono stati inadeguati. C’è bisogno di obiettivi più ambiziosi da parte di ciascuno di noi”.

Parole che seguono di pochi giorni quelle di Ursula Von der Leyen, appena insediatasi alla Presidenza della Commissione Europea. Von der Leyen da detto: “Il nostro obiettivo è diventare il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050.  Se vogliamo raggiungerlo, dobbiamo agire adesso, dobbiamo implementare le nostre politiche adesso”. Le DG della Commissione stanno già lavorando all’European Green Deal, un piano complessivo per aumentare il target della riduzione dei gas a effetto serra di almeno il 50% entro il 2030.

Questo alzarsi dei toni allarmistici preoccupa ancora di più perché insieme alle esortazioni ad agire subito, da ogni parte si constata con sgomento che all’innalzamento degli obiettivi da raggiungere, sempre più ambiziosi rispetto alle percentuali di emissioni da tagliare, corrisponde un’inerzia desolante rispetto alla reale messa in atto di politiche in grado di realizzarli.

La volontà di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi per un Paese come gli USA, il secondo maggiore responsabile delle emissioni di CO2 al mondo dopo la Cina, e per il Brasile, che custodisce l’ecosistema più delicato rispetto agli equilibri climatici globali, la foresta Amazzonica, sembra rendere anche i lavori di questa COP 25 un esercizio velleitario, considerato che i 68 Paesi già impegnati nel trovare soluzioni al riscaldamento globale sono responsabili di appena l’8% delle emissioni globali.

Le istituzioni internazionali insieme agli scienziati moltiplicano i loro appelli sempre più pressanti, gli scenari si prospettano sempre più devastanti, le popolazioni stanno già sperimentando ovunque l’esperienza quotidiana di eventi climatici distruttivi, eppure la politica sembra incerta e balbettante, impegnata a parole ma incapace di procedere con decisione nella direzione di un cambiamento efficace, sollecitata da interessi economici contrastanti.

La stessa intenzione della Commissaria Europea di proporre la prima “Legge climatica” europea per assicurare i risultati stabiliti entro il 2050, iniziativa sicuramente positiva, solleva la questione di quanto gli Stati Membri saranno pronti a recepire questa legge. I tempi delle istituzioni politiche sembrano tragicamente troppo lunghi di fronte alla velocità con cui le conseguenze dell’innalzamento della temperatura del pianeta si manifestano.

Da questa COP25 ci aspettiamo stavolta misure concrete che costringano i governi ad agire – impegnandosi non solo con le dichiarazioni a raggiungere i target concordati. Perché la storia dei summit internazionali sul clima è una storia di attestazioni di buona volontà e di inadempienze reali.

Il Protocollo di Kyoto, concordato nel 1997 in Giappone, fissò obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per 37 paesi. Gli Stati Uniti si ritirarono nel 2001 – perché non erano contenti che i paesi sviluppati avessero obiettivi legalmente vincolanti, mentre i paesi meno sviluppati non avevano obiettivi vincolanti.

L’accordo di Parigi del 2017 ha superato ogni altro accordo internazionale sui cambiamenti climatici, in termini di impegni assunti. Dopodiché, di nuovo gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo, considerato da Trump ingiusto nei confronti dell’economia statunitense.

Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente del 2017 afferma che l’Accordo di Parigi copre solo un terzo delle riduzioni di emissioni necessarie e raccomanda di fissare obiettivi più ambiziosi nel 2020.

Speriamo dunque che I lavori di questa COP25, portino come risultato il passaggio dal “punto di non ritorno” al “punto di svolta” vero, reale, concreto, immediato.

Slow Food appoggia qualunque politica utile a fronteggiare la crisi climatica, in ciascuno dei 160 Paesi in cui è presente con la sua rete di attivisti. Non agire adesso significa condannare le prossime generazioni a fronteggiare difficoltà e catastrofi, mettere a rischio la sopravvivenza stessa della razza umana. Non agire adesso significa violare i diritti dell’uomo: chiunque sieda oggi alla COP25 dovrebbe averlo ben presente e sentire su di sé questa responsabilità.

Paola Nano – p.nano@slowfood.it

Fonti: Corriere della Sera del 3/12/2019, BBC News

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