COP21: qualcuno ha invitato l’agricoltura?

CarloPetrini_Suvereto_©Ezio ZiglianiChe cosa c’entra il clima con la coltivazione della terra e con il nostro cibo quotidiano? Alcuni numeri possono dare una prima risposta. Su scala mondiale, l’agricoltura e l’allevamento sono i più grandi utilizzatori di acqua dolce, consumando il 70% delle risorse idriche disponibili. I fertilizzanti a base di azoto rappresentano il 38% delle emissioni dell’agroalimentare. Allevamenti industriali sempre più grandi producono grandi quantità di deiezioni, creando problemi di inquinamento e smaltimento; il mangime arriva da monocolture intensive, spesso lontane centinaia o migliaia di chilometri, e causa di deforestazione. Il settore
zootecnico – di conseguenza – è responsabile del 14% dei gas serra.

Eppure, nel dibattito mondiale sul clima (in vista dell’appuntamento di Parigi, dove si incontreranno i governi di tutto il mondo per tentare di trovare un accordo, dopo oltre 20 anni di dibattiti, mediazioni e forum fallimentari) il settore dell’agricoltura è relegato ai margini. Nelle 54 pagine del testo dei negoziati, non compaiono nemmeno una volta i termini “agricoltura”, “biodiversità” e “coltivazione”. L’attenzione si concentra sui settori dell’energia, dell’industria pesante, dei trasporti; si parla anche di suolo e di sicurezza alimentare, ma non si riconosce in modo esplicito il ruolo centrale del rapporto diretto fra clima, coltivazione della terra e cibo.

La produzione del cibo, in realtà, rappresenta una delle principali cause e una delle prime vittime del cambiamento climatico. Le siccità sempre più frequenti, le inondazioni e il caldo estremo condizionano ogni produzione, sia vegetale sia animale. L’aumento di 1°C della temperatura media equivale a uno spostamento delle colture 150 chilometri più a nord e 150 metri più in alto. La biodiversità sta registrando livelli di erosione che non si erano mai verificati in passato. Secondo la Fao, negli ultimi 70 anni abbiamo perso i tre quarti dell’agrobiodiversità che i contadini avevano selezionato nei 10.000 anni precedenti.

Ogni giorno, milioni di persone perdono terra, fonti d’acqua, cibo, e rischiano di trasformarsi in veri e propri profughi climatici. Secondo un rapporto della Banca Mondiale le conseguenze del cambiamento climatico potrebbero portare alla povertà oltre 100 milioni di persone entro il 2030. E queste comunità si trovano nelle regioni più svantaggiate del pianeta. In gioco, quindi, c’è anche la giustizia sociale.

L’equilibrio fra uomo e natura si è rotto quando abbiamo iniziato a gestire le fattorie come industrie. L’industria non tollera i tempi della natura, non ha stagioni né pazienza. Deve produrre sempre, tanto, velocemente, nel modo più efficiente possibile e a costi sempre più bassi.

L’agricoltura industriale è nata dopo la seconda guerra mondiale per riconvertire l’industria bellica. Il nitrato di ammonio, principale ingrediente degli esplosivi, era infatti anche un’ottima materia prima per produrre i fertilizzanti, che hanno affiancato i fosfati minerali, introdotti in agricoltura 150 anni fa. Prima di allora si arricchivano i terreni grazie alla rotazione con le leguminose (fagioli, fave, piselli) e al letame degli animali. Da quel momento, abbiamo iniziato a comprare fertilizzanti chimici di sintesi. E poi pesticidi, diserbanti e carburanti per alimentare la meccanizzazione di quasi ogni fase della filiera agricola… tutti prodotti derivati del petrolio. Abbiamo puntato sempre più su monocolture e produzioni di massa, a scapito di suolo, acqua, foreste e oceani, considerati alla stregua di materie prime da consumare.

L’impatto ambientale di questo modello riguarda la produzione, ma anche il trasporto e la distribuzione degli alimenti. Siamo abituati a disporre di qualunque prodotto in ogni stagione e così i prodotti percorrono migliaia di chilometri, attraversano gli oceani e consumano quantità enormi di combustibili fossili. Questo modello si basa su un’idea di crescita infinita e non si cura della salvaguardia ambientale. Il nostro pianeta, però, ha risorse finite.

Produrre sempre di più e sempre più velocemente, inoltre, non ha risolto il problema della fame, anzi. Il paradosso più stridente di questo sistema folle è che, da un lato, la quantità di cibo prodotta nel mondo supera il necessario (potrebbe sfamare addirittura 12,5 miliardi di persone, ben più dei 7 miliardi attuali), ma dall’altro, 800 milioni di persone continuano a soffrire la fame. L’altra faccia di questo sistema iperproduttivistico, infatti, è lo spreco. Ogni anno, buttiamo via circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, ovvero un terzo degli alimenti prodotti. Lo spreco attraversa tutta la filiera: inizia nei campi e negli allevamenti, continua lungo la fase di trasformazione e commercio, e termina nelle nostre cucine. A livello europeo, si possono attribuire circa 170 megatonnellate di CO2 allo spreco alimentare, equivalente al totale delle emissioni della Romania o dell’Olanda nel 2008. Il cibo prodotto ma non consumato usa quasi 1,4 miliardi di ettari di terra, che rappresentano quasi il 30% dell’area coperta da terreni agricoli nel mondo.

Per affrontare concretamente il problema del riscaldamento climatico, è necessario cambiare radicalmente paradigma – economico, sociale e culturale – promuovere un’agricoltura basata su pratiche agroecologiche e un sistema diverso di produzione, distribuzione e accesso al cibo.

La società civile è impegnata su questi temi da tanti anni e, anche in occasione della conferenza di Parigi, si stanno mobilitando associazioni di produttori, di consumatori, di ambientalisti di tutto il mondo.

Come Slow Food, ci rivolgiamo ai rappresentanti dei paesi e delle istituzioni internazionali riuniti a Parigi e chiediamo che l’agricoltura sia posta al centro del dibattito. E per questo abbiamo diffuso il manifesto Non mangiamoci il clima, che è già stato sottoscritto da centinaia di organizzazioni e associazioni e che invitiamo tutti quanti a firmare, andando sul sito www.slowfood.it.

di Carlo Petrini

La Repubblica 27 novembre 2015

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