Consumo di Omega 3: a rischio la sopravvivenza delle balene

Pare che senza Omega 3 non si possa più vivere. Non siamo qui oggi a smentire i benefici di questi indispensabili acidi grassi, come al solito però dovremmo usare il buon senso e capire quali sono le conseguenze delle nostre smanie salutistiche o delle mode alimentari.

Euphausia superba Dana, noto anche come krill antartico, un crostaceo della famiglia Euphausiidae, diffuso in Antartide. Wikipedia Commons

Primo assunto: dobbiamo introdurre questi acidi grassi essenziali con la nostra dieta perché non possono essere sintetizzati dall’organismo. Benissimo. Ma vi siete mai chiesti da dove vengono?

Facciamo riferimento a un bell’articolo del geologo Mario Tozzi che su La Stampa lancia l’allarme: divorando omega 3 a più non posso, mettiamo a rischio la sopravvivenza delle balene. E non perché ne aumenti la caccia, ma perché stiamo privando questi magnifici cetacei della loro fonte di nutrimento. Scrive Tozzi: «Sulle etichette dei prodotti troverete scritto “a base do Omega 3”. Ma non saprete nulla sulla loro origine che, in molti casi, deriva dal Krill (Euphausia superba), il minuscolo crostaceo alla base dell’alimentazione dei mammiferi marini, dei pesci e degli uccelli soprattutto nelle acque dell’Antartide». Ecco, pensando di ricavare maggiore benessere e salute per il nostro organismo, stiamo mettendo a forte rischio un’aera delicatissima e importantissima per tutto il pianeta come l’Antartide.

«Molte navi si soffermano e catturano proprio nelle arre dove traggono la loro alimentazione pinguini e balene. Aree incontaminate e protetta dai trattati internazionali e il cui sfruttamento ai fini commerciali non dovrebbe essere permesso» scrive Tozzi. E infatti non lo è ci dice Silvio Greco, biologo marino, con sei campagne di ricerca in Antartide alle spalle, e presidente del comitato scientifico di Slow Fish: «Oltre che barbara, è una pratica illegale, perché causa l’interruzione delle rete trofica di uno degli ecosistemi più fragili del pianeta. In Antartide un uovo di pesce ci mette due anni a diventare larva…». Ebbene: dagli anni Ottanta a oggi lo stock antartico del krill è diminuito di quasi l’80%. Non vi sciocca leggere questi numeri?

wildfoottravel.com

Una delle cause più probabili è lo scioglimento dei ghiacci dovuta al cambiamento climatico, perché con il ghiaccio spariscono anche le alghe che sono la base dell’alimentazione di questo importantissimo organismo. A questo dobbiamo aggiungere la pesca industriale scellerata, tanto che il krill, se pur abbondantissimo, rischia di scomparire. «Lo usiamo per gli integratori, non solo quelli destinati all’alimentazione umana potenziamo anche il cibo destinato ai nostri animali domestici», continua Greco e tutto a scapito delle balene. Aiuterebbe sicuramente indicare in etichetta l’origine di questi Omega 3, perché come conclude Tozzi: «Degli Omega 3 possiamo fare a meno, delle balene no».

La verità è che ci sono altre fonti di questi preziosi acidi grassi, senza dover sacrificare le balene e incrinare il delicato equilibrio dell’ecosistema antartico. Come?

Valorizzando le fonti alternative di omega-3 (come i semi ad esempio), i pesci a ciclo vitale breve: «Sarde, acciughe (mi raccomando chiedete il pescato locale) o frutti di mare (cozze, vongole, arselle, capesante, ostriche…) che sono pure sostenibili» suggerisce Greco.

Insomma, non c’è bisogno di debellare le balene per sentirci sani e in forma.

Fonte
Mario Tozzi, «Se il consumo di Omega 3 minaccia le balene», La Stampa del 18 marzo

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

 

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