Slow Food in occasione del vertice Fao sulla crisi alimentare: «Caro cibo e fame nel mondo, la soluzione è l’economia locale»

In occasione del vertice Fao sulla crisi alimentare in corso in questi giorni a Roma, Carlo Petrini, presidente internazionale di Slow Food, commenta: «Il problema dell’aumento del prezzo dei generi alimentari colpisce soprattutto quei Paesi in cui la popolazione vive con un reddito molto basso (2-3 dollari pro capite al giorno), e si tratta per l’80% di persone che abitano in zone rurali.
La possibile soluzione per far fronte a questa situazione di emergenza è fare in modo che gli agricoltori si dedichino, con strumenti idonei ed efficaci, a una produzione di sussistenza, lasciando in secondo piano le coltivazioni da esportazione. In questo modo si potrà sviluppare una forte economia locale basata su produzioni autoctone di piccola scala che portano con sè anche un maggior rispetto per l’ambiente e le tradizioni». Un altro fattore che ha acuito il fenomeno dell’ aumento dei prezzi delle derrate alimentari è la speculazione finanziaria: «Negli anni passati si sono voluti applicare i parametri dell’industria all’agricoltura puntando su grandi monocolture a metodo intensivo», continua Petrini. «Le conseguenze di questo approccio sono sotto gli occhi di tutti: non si è risolta la fame nel mondo mentre si sono impoveriti suolo e risorse idriche, inquinati gli ecosistemi e messo in serio pericolo l’agrobiodiversità. Oggi si applica il modello economico-finanziario, come dimostrano le contrattazioni sui futures delle commodities alimentari. Questo nuovo fenomeno ha determinato gravi speculazioni che favoriscono l’aumento dei prezzi e il peggioramento dell’emergenza alimentare a livello planetario. Conseguenza di questo nuovo approccio è anche la follia della conversione di mais e altre colture in biocarburanti. L’agricoltura e la produzione di cibo sono invece un patrimonio culturale che va trattato nella sua specificità. Solo un’agricoltura di qualità, territoriale e su piccola scala può far sviluppare una forte economia locale, l’unica che ci può salvare da questa impasse».

Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia, aggiunge: «Diverso è il discorso per quanto riguarda i Paesi ad alto livello di sviluppo. Indubbiamente ci sono classi sociali in difficoltà, molte famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Ma dobbiamo stare attenti a non attribuire genericamente la responsabilità di questa situazione al rincaro dei generi alimentari; e non dobbiamo confondere quello che avviene a casa nostra, in Paesi dove per mangiare si spende solo intorno al 15% del reddito familiare, con il disastro epocale di centinaia di migliaia di persone a rischio fame. Ad ogni modo, anche in Italia, accorciare la filiera e sviluppare un’agricoltura locale e su piccola scala possono essere soluzioni per calmierare l’aumento dei prezzi degli alimentari. Ma soprattutto per noi occidentali e per i popoli dei Paesi emergenti è importante operare un cambiamento culturale nei confronti del nostro rapporto con il cibo. Dobbiamo ridargli il giusto valore: limitare al minimo gli sprechi, privilegiare la qualità, ricalibrando il nostro stile di vita all’insegna della sobrietà, diminuendo il consumo di carne nella nostra dieta quotidiana».