Liberare le sementi dai brevetti, riscoprire la biodiversità: «Perché senza non c’è sovranità dei popoli»

Esperti, accademici e produttori a confronto al Salone del Gusto e Terra Madre

«Lottare contro le industrie che, attraverso i brevetti, vogliono possedere la vita. Lo fanno grazie a un trattato internazionale, redatto dalle cinque grandi multinazionali capeggiate dalla Monsanto, che lo permette. Ma da quando si inventa la vita? Loro non hanno inventato nulla, hanno solo modificato dei geni e li hanno registrati. Se i governi del mondo non hanno fatto niente per impedire tale scempio, dobbiamo attivarci noi, non possiamo stare in silenzio». Si apre con queste parole di Vandana Shiva, presidente del movimento internazionale Navdanya, l’incontro Sementi: dove si inizia?, che mette a confronto studiosi e produttori presenti al Salone del Gusto e Terra Madre (a Torino fino al 29 ottobre) per discutere sui temi della proprietà dei semi, della difesa della sovranità alimentare, della biodiversità. 

Nel giro di qualche decennio quelle che per gli agricoltori sono sempre state l’elemento chiave della propria attività, si sono trasformate in un optional, un fattore esterno, a cui pensa qualcun altro. Le aziende sementiere sono sempre di meno e sempre più grandi, creano ibridi commerciali e varietà selezionate “in purezza” che consentono migliori performance su un versante piuttosto che su un altro, ma devono essere riacquistate ad ogni semina perché non danno buoni risultati in seconda generazione. Le sementi tradizionali invece non hanno bisogno di essere riacquistate ogni anno, però richiedono un po’ di abilità per essere selezionate dal raccolto della stagione ed essere conservate per consentire la produzione dell’anno successivo. E i contadini sanno come fare.

Tra i primi a raccogliere l’appello dell’esperta indiana c’è Marcello Buiatti, dell’Università di Firenze, che non usa mezzi termini: «Dalle sementi comincia la nuova battaglia per la vita perché senza varietà si muore». La sua è una denuncia che guarda al modello di sviluppo seguito nei decenni passati: «Tutto è cominciato con il tentativo di ottimizzare e “macchinizzare” la vita, comprese le sementi, che devono essere selezionate. È stata la fase della crescita infinita della produzione. Ma ha fallito». 

Oggi, secondo Buiatti, siamo in una nuova fase, ma altrettanto pericolosa: «Dalle macchine stiamo passando al mondo virtuale, in cui la crescita infinita non è tanto dei prodotti, ma della moneta. Considerando che solo un dodicesimo della moneta in circolazione ha a che fare con le merci, si può dire che non interessa più la materia, non interessano le piante, ma solo il loro brevetto». E siccome brevettare significa standardizzare, «perdiamo la varietà che è alla base della vita».

I volti più preoccupati, però, sono quelli dei produttori, dei contadini che faticano a controllare, o anche solo a procurarsi, i semi: «Il nostro Paese vive un pericolo grande – denunciaKhadija Razavi, di Slow Food Iran – Quello delle monocolture: se vengono colpite da parassiti o altri problemi, mandano in crisi l’intero sistema. Si sta distruggendo la biodiversità. Per questo chiediamo a Vandana Shiva di aiutarci nella battaglia contro le multinazionali del mondo colonialista».

«La popolazione – aggiunge Francesco Bonini, giovane agricoltore del Friuli Venezia Giulia – deve essere l’unica vera proprietaria dei semi, che sono frutto di straordinari processi di evoluzione tramandati di generazione in generazione». Perché in fondo, conclude il direttore del Centro Studi di Slow Food, Cinzia Scaffidi, «le sementi, come il cibo, sono un bene comune, indispensabile alla vita: non dovrebbero essere né comprati né venduti. Una contraddizione che il libero mercato ignora».

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