Fame di Terra: accelera la corsa all’accaparramento di terreni fertili

Dopo la speculazione sul cibo, agli investitori internazionali non resta che quella sulla terra. Attirati dai prezzi stracciati dei terreni fertili in alcuni Paesi, Stati e organismi finanziari internazionali stanno scommettendo sulla domanda in crescita di cibo e biocarburanti. Strappano le terre ai contadini, che rimangono senza la loro fonte di vita e di guadagno e vedono il paesaggio in cui sono cresciuti trasformarsi. 

Il fenomeno del land grabbing ha coinvolto negli ultimi anni milioni di ettari dei Paesi del Sud del mondo. «E organizzazioni che dovrebbero contrastarlo hanno avuto invece un atteggiamento ambiguo», spiega Stefano Liberti, autore del libro Land Grabbing (minimum fax, 2011), aprendo l’incontro Fame di Terraal Salone del Gusto e Terra Madre. Slow Food, insieme ad altre associazioni e Ong, promuove dal 2010 una campagna per sensibilizzare le popolazioni e limitare l’accaparramento delle terre. 

La sfida è non rimanere a guardare, ma reagire, anche da semplici cittadini. Come fare, lo spiega Anne Van Schaik, di Friends of the Earth Europe: «Prima di tutto bisogna opporsi alle pratiche agricole non sostenibili: una ricerca dell’Ong GRAIN ha calcolato che, se si utilizzassero metodi sostenibili, nell’arco di trent’anni i terreni del mondo potrebbero tornare alle condizioni dell’era pre-industriale. In secondo luogo occorre bloccare l’azione degli investitori, delle banche, dei fondi pensione: se i cittadini sapessero che in alcuni casi i loro risparmi sono utilizzati per comprare terre sfrattando i contadini, si ribellerebbero. Perché la speculazione non è un diritto, mentre lo è quello di accesso alla terra e la sovranità alimentare: «Non ci dicano che siamo contro gli investimenti agricoli in generale – aggiunge Anne Van Schaik – quelli reali, finalizzati allo sviluppo locale, sono più che necessari».

«Questo tipo di speculazione sta distruggendo intere comunità di produttori e mettendo in crisi le economie locali. Ci sono distese enormi, anche di 100 mila ettari, coltivate a monocolture, che vengono esportate all’estero, invece che rispondere ai bisogni delle popolazioni locali», continua Liberti.  «È un modello culturale, oltre che produttivo, del tutto incompatibile con quello agricolo di piccola scala: per gli speculatori, la terra è una fonte di profitto da sfruttare; per i piccoli produttori rappresenta invece la tradizione, la cultura, la vita stessa di tutta la comunità».  Il land grabbing, spiega Karin Ulmer di APRODEV, è incrementato da stili di vita e modelli produttivi non più sostenibili: «L’Europa, ad esempio, per soddisfare le sue esigenze di consumo sfrutta le risorse di 650 milioni di ettari nel mondo, ovvero una volta e mezza le sue dimensioni».

Le testimonianze dei Paesi colpiti dal land grabbing arrivano dalla Colombia e dalla Tanzania. A denunciare la situazione del Sud America è Liliana Marcela Vargas Vásquez, dell’Asociación de Trabajo Interdisciplinario: «Siamo preda degli investitori e i governi locali li facilitano, perché i capitali stranieri fanno comodo». 

Il suo racconto si mescola con quello di Mwanahamis Salimu, di Oxfam Tanzania. Mwanahamis è in prima linea nella lotta per i diritti delle donne del suo Paese: «In Africa sono già stati venduti agli speculatori 203 milioni di ettari, pari a 8 volte la superficie del Regno Unito. E molti dei produttori sfrattati sono donne, che lavorano e tirano su da sole intere famiglie. Private delle loro terre, non hanno più risorse per acquistarne altre: in Africa la società sta facendo passi indietro, piuttosto che avanti». Storie che insegnano come il land grabbing, visto dalla prospettiva della terra e non degli uffici delle multinazionali, abbia effetti devastanti.

Tutte le info su: www.slowfood.com/landgrabbing

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