Due passi a Terra Madre…

Terra Madre, lo si è ribadito più volte in questi tre giorni di lavori, è un luogo di incontro, scambio, confronto tra popoli. E’ ancora negli occhi di tutti i presenti all’inaugurazione del meeting, svoltasi mercoledì 20 ottobre, la parata dei delegati che sono saliti sul palco, a formare alle spalle del podio dell’oratore un mondo in miniatura, mosaico dalle 130 tessere, una per ogni paese presente qui a Torino.

Scioltasi l’assemblea plenaria (che si riunirà domani alle ore 11 per la cerimonia di chiusura), iniziati i laboratori della terra, i delegati si sono sparsi per il Palazzo del Lavoro. Per capire davvero la portata umana di Terra Madre, non si può fare a meno di fare due passi tra le bancarelle improvvisate dai delegati ai lati dell’edificio, su cui campeggiano spezie, miele e frutta essiccata del Venezuela, fotografie di paesaggi eritrei, cappellini del Kirghizstan.

Ecco dove troverete Evaristo Pasqual, peruviano, che in questo mercatino sorto spontaneamente è ben felice di vendere borse, cappellini, caffè, bamboline di paglia. “Tutti fatti a mano, colorati con tinte naturali, estratte dalle piante di casa nostra” sottolinea col sorriso Maceta Flores Donatu Amador, peruviano anche lui, camicia bianca e cappellino giallo della Coldiretti, come moltissimi dei delegati presenti a Terra Madre. Basta questa immagine a condensare le tante parole spese, a buon diritto, sulla fratellanza tra i popoli. D’altronde, come racconta la delegata marocchina Amajjar Taarabt, che ha steso una decina delle sue sciarpe a tinte pastello su un tavolino, “è la prima volta che vedo il mondo in un palazzo”.

C’è chi, più che vendere le sue borse e le sue peraltro elegantissime collanine di acciaio e pietre levigate, il banchetto lo ha allestito più che altro per parlare con le persone, per stringere amicizie. Musau Mawia James, delegato del Kenya, allevatore di pecore a Machakos, a est di Nairobi, di borse ne ha vendute una ventina, a dieci euro l’una. Ma è molto più contento di avere stretto nuove amicizie, e aver scambiato il suo indirizzo con altre sei o sette persone: africani come lui, ma anche italiani e statunitensi. “Questo meeting è un’occasione unica per parlare e conoscere altre persone, altri sguardi sul mondo”, racconta. “Quando tornerò a casa riunirò la comunità indigena a cui appartengo, e racconterò loro questi giorni”, racconta. “Non mi ero mai reso conto di quanti tratti culturali in comune noi keniani avessimo, per esempio, con gli abitanti del Burkina Faso, o del Senegal”. E ci svela, con semplicità e acume, il paradosso su cui si fonda Terra Madre. “Il punto è che, in Africa, noi africani provenienti paesi diversi non ci saremmo mai incontrati tutti insieme. Eppure, è successo qui a Torino”. Chiamatela, se volete, “buona globalizzazione”.