Clima, nuovo rapporto Onu, 107 scienziati avvertono: «Non abbiamo più tempo»

Il suolo e le risorse idriche mondiali sono sfruttate a «ritmi senza precedenti», un fatto che insieme alla crisi climatica mette a dure prova la capacità dell’umanità di nutrirsi da sola. È stato diffuso oggi da Ginevra il rapporto Cambiamento climatico e suolo redatto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc il comitato scientifico dell’Onu sul clima).

Quanto ci riportano i 107 scienziati di tutto il mondo (fra i quali l’italiana Angela Morelli) non è per niente confortante. Come abbiamo più volte ribadito (l’ultima proprio ieri) il margine di azione che abbiamo è veramente ristretto. Mezzo miliardo di persone vivono già in luoghi dove il deserto avanza, e la perdita di suolo fertile avviene tra le 10 e 100 volte più velocemente della sua formazione. E il collasso del clima non farà altro che aggravare questa situazione, aumentando il numero di chi già soffre la fame e con esso le migrazioni.

Per quanto nefaste, le previsioni degli scienziati lasciano spazio anche a qualche speranza e indicando quali percorsi si possono percorrere per affrontare l’incombente crisi alimentare. Primo fra tutti un’importante rivalutazione dell’uso della terra e dell’agricoltura in tutto il mondo (a partire dalla sfruttamento intensivo del suolo) e del comportamento di noi consumatori.

Senza diventare tutti vegetariani o vegani, se però si riducesse il consumo esagerato di carne dell’Occidentale, scegliendone poca e proveniente da allevamenti estensivi e che rispettano il benessere degli animali, si potrebbe usare meno terra per sfamare più persone e inoltre tagliare (e di grosso) il peso delle emissioni che sono causa della crisi climatica. Non dobbiamo diventare tutti vegetariani o vegani, ma le fabbriche di carne e le monocolture intensive che le alimentano, non aiutano di certo. E lo ripetiamo da anni. Ma rispetto a quanto sapevamo questo nuovo rapporto mette in luce proprio l’urgenza delle nostre azioni.

E ancora una volta vogliamo ripetere che tutti possiamo contribuire, e questa volta però lo facciamo dire a Jonathan Safran Foer che – dopo il saggio sulla carne di dieci anni fa (Se niente importa, Guanda) ha scritto We Are the Weather. Saving the Planet Begins at Breakfast, che in Italia esce (per Guanda) il 26 agosto con il titolo Possiamo salvare il mondo prima di cena (perché il clima siamo noi) «Tutti quelli che conosco concordano sul fatto che il cambiamento climatico sia causato da attività umane. Siamo anche tutti d’accordo su quanto il tema sia importante, che non ci sia nulla di più urgente. Eppure non facciamo quasi nulla. Il che è tragico, e lo sarà ancora di più per le generazioni future. Non fra cento generazioni, non fra dieci, ma fra una, a partire da ora. Ci guarderanno e diranno: “Come avete potuto sapere quello che sapevate e continuare a fare quello che facevate?” Ho voluto scrivere un libro che rispondesse a questa domanda. A me stesso in primo luogo. Poi nella seconda metà del volume mi occupo di che cosa possiamo fare concretamente. Sono quattro azioni sulle quali tutti gli scienziati concordano: bisognerebbe non avere molti figli, volare il meno possibile in aereo, ridurre l’uso dell’auto, mangiare pochi prodotti animali, inclusi il latte e le uova. Il primo punto è il più complesso. Per quanto riguarda i trasporti di solito quando si prende un aereo è perché dobbiamo farlo, mentre è più facile guidare meno la macchina. Anche sul cibo si può fare molto, in primo luogo ridurre il consumo della carne. È importante che all’alimentazione non si pensi in maniera binaria: o sevi vegetariano o niente, o sei vegano o niente. Questo fa sentire in trappola. Piuttosto si può immaginare di mangiare meno carne senza eliminarla del tutto, senza preoccuparsi di non avere un nome preciso da dare alla nostra dieta. Dobbiamo correggere la mentalità o il mondo diventerà troppo caldo, colpito dalle inondazioni, pieno di rifugiati climatici. Non c’è futuro senza questa trasformazione». (Da Il Corriere della Sera del 2 giugno 2019)

Come detto, ripartiamo dalle nostre abitudini alimentari, e senza dover avere una sola alternativa, possiamo preferire un’agricoltura e allevamento che lavorano in armonia con l’ambiente, dare il nostro contributo e allo stesso tempo concederci cibo più buono, più pulito e giusto.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonti:
Cambiamento climatico e territorio

 

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