Clima: a Lima si discute del nostro futuro e nessuno ne parla

Lima Cop 2014 x hpIn questi giorni, a riflettori spentissimi, si tiene a Lima la 20esima Conferenza delle Parti (Cop 20) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite per i Cambiamenti Climatici (Unfcc). La delegazione italiana a Lima è guidata dal Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che in qualità di Presidente di turno dell’Ue, rappresenta formalmente nella Conferenza la posizione dell’Unione Europea.

L’obiettivo (o meglio la chimera)? Raggiungere entro il 12 dicembre (giorno in cui si chiuderanno i negoziati) un accordo sulla riduzione dei gas serra in previsione della conferenza di Parigi in programma per la fine del 2015 e che dovrebbe sostituire il Protocollo di Kyoto. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon si dice però «Molto preoccupato perché la nostra azione collettiva non è all’altezza delle nostre responsabilità». Vediamo perché.

La comunità internazionale si è data come obiettivo quello di ridurre a 2 gradi il riscaldamento del pianeta rispetto ai livelli preindustriali, soglia al di là della quale la scienza stima conseguenze irreversibili. Ma (con poche sorprese) i negoziati sono più complicati che mai.

«Il senso di urgenza è carente, le questioni fondamentali in gioco fanno ricadere le parti nelle loro posizioni abituali» incalza Miguel Canete, Commissario europeo per il clima, e invita i Paesi a raddoppiare gli sforzi per ascoltarsi reciprocamente. Inutilmente. L’intesa resta ben lontana su diversi punti, a partire dal contributo per la riduzione delle emissioni nocive che ogni Paese dovrà annunciare prima del giugno prossimo e la loro valutazione globale rispetto all’obiettivo comune di cui sopra. In poche parole è sempre una questione di soldi, ovvero decidere chi (e di quanto) si deve sobbarcare il prezzo della riduzione delle emissioni: il Nord del mondo, con la sua responsabilità storica, o Paesi emergenti (come Cina e l’India al 1° e 4° posto per emissioni nocive)? La palla continua a rimbalzare, il clima cambia e le conseguenze le conosciamo tutti.

Buone notizie dal fronte latinoamericano

Non tutto sembra perduto però, e qualche buona notizia riusciamo a darvela. A margine dei negoziati, sette Paesi latinoamericani si sono impegnati a ripristinare 20 milioni di ettari di terreni degradati, pari al 10% dei suoli del sub-continente resi improduttivi dal pascolo e dall’agricoltura intensivi.

«L’America Latina non sarà in grado di ridurre la propria impronta di carbonio se non ferma rapidamente la dinamica che la spinge a usare sempre più terra per produrre», ricorda Walter Vergara, del World Resources Institute (Wri) promotore dell’iniziativa “20×20”, così battezzata perché il restauro di questi 20 milioni di ettari dovrà iniziare entro il 2020. A firmare l’accordo Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Messico e Perù che in varia misura già sostengono politiche di riforestazione e riabilitazione dei terreni. Meno male, perché la deforestazione è responsabile della metà delle emissioni di gas serra nella regione. Per questo e per fortuna stanno nascendo numerose iniziative per proteggere suolo e foresta.

In Ecuador, Paese in cui i diritti della natura sono persino riconosciuti dalla Costituzione, il Governo ha avviato il programma “Socio Bosque” che sostiene i contadini che proteggono la foresta o migliorano le condizioni del suolo. Un programma simile è stato avviato anche in Guatemala con l’obiettivo di sostenere le comunità rurali che più di tutte tutelano paesaggio e biodiversità. (Noi, in Italia, proprio questa campana non la vogliamo sentire… )

Purtroppo, però questi sforzi sono marginali rispetto alla pressione sulle aree naturali delle industrie agro-alimentari, minerarie e forestali. Ecco perché nasce l’iniziativa 20×20 «Ma è solo un primo passo», promette Vergara. «Dobbiamo ripristinare terre degradate e raggiungere la deforestazione zero. È fondamentale che i Paesi prendano una posizione pubblica a favore di questa trasformazione. Noi ci saremo per ricordare loro le promesse fatte».

Il programma beneficerà del sostegno della International Nature Conservation Union (Iucn) e di importanti istituti di ricerca quali il Centro Internazionale per l’Agricoltura Tropicale (Ciat). «È iniziato un lungo processo. Possono volerci cinque, dieci, quindici anni per recuperare un ecosistema. Dobbiamo aiutare i Governi a fare buone scelte e convincere grandi e piccoli proprietari che i loro redditi sono dipendenti a lungo termine anche dal livello di protezione ambientale», ricorda Elcio Guimaraes, direttore di ricerca del Ciat. Priorità a tre tipi di progetti: per la riforestazione con specie locali, agroforestali e per la reintroduzione di metodi di allevamento più sostenibili. Il restauro ecologico richiede tempo, e costa anche un sacco di soldi. La Wri conta in parte su investitori privati perché sostengano i governi e le banche di sviluppo. Domenica scorsa (7 dicembre) a Lima, cinque fondi di investimento specializzati in silvicoltura sostenibile e progetti agricoli hanno annunciato di aver raccolto 365 milioni dollari da destinare al progetto 20×20. Una somma ancora lontana da quanto necessario,  che è di miliardi.

«Dobbiamo avere il sostegno dei governi a questi progetti», dice Clemente Chenost, direttore del fondo Moringa che acquista partecipazioni in aziende agroforestali e remunera sulla base della vendita di materie prime come il caffè e il cacao. Spesso, le comunità che vivono sulle terre degradate sono emarginate e non hanno titoli di priorità. «Non possiamo assumerci questo rischio legale, senza la garanzia del Foverno», aggiunge Chenost. Una postilla che non ci piace? Il Brasile è, speriamo solo per ora, assente da questa iniziativa…

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonti: Agrapress, Minsa
Per approfondire vi consigliamo questo interessante commento sul blog di Repubblica firmato da Antonello Pasini