Città e campagna: come modellare il futuro? – Slow Food in Azione incontra Stefano Boeri

Come ci nutriamo oggi, e come ci ci nutriremo domani? Dove abiteremo? Che aspetto avranno le aree urbane e rurali del nostro futuro? Qual è il difficile connubio e quali gli aspetti contrastanti che esistono tra città e campagna? Un dialogo tra Antonio Puzzi, di Slow Food in Azione, e Stefano Boeri.

Sulla nostra pagina Facebook, molti di voi hanno avuto modo di assistere alla seconda puntata di Slow Food in Azione, un ciclo di incontri dedicato ai temi cari a Slow Food, ideato dai 27 giovani leader del progetto.

Ne proponiamo una sintesi – e il video integrale – anche a chi non ha potuto esserci.

Antonio Puzzi | In un’intervista rilasciata a Repubblica lei ha parlato dei balconi come di spazi vitali: «tutti hanno capito che il verde è un tema importante, perciò servirebbe una campagna per facilitare la dispersione e anche una ritrazione dell’urbano, per lasciar spazio ad altre specie viventi». Il rapporto tra città e campagna sta chiedendo alla città di fare delle rinunce?

Stefano Boeri | In un certo senso sì. Credo che dovremmo sforzarci di imparare, da questa forzata clausura, cosa non funzionava nella “normalità” cui eravamo abituati e di evitare di rientrare in questa normalità, che dentro di sé ha le cause o le concause della situazione in cui ci troviamo. Non c’è dubbio che in questo spettro di cause o concause ci sia anche il rapporto con la natura – intesa come sfera di vita animale e vegetale, ma anche come insieme di paesaggi – che dovremmo ripensare. Se andiamo a fondo nel ricercare la causa delle zoonosi, degli spillover vediamo che sono determinate dalla contiguità, dal contatto promiscuo tra la nostra e altre specie, e che quasi sempre si tratta di situazioni in cui l’uomo invade o ha invaso l’habitat di altre specie – la deforestazione, l’agricoltura intensiva, gli allevamenti intensivi… Da tempo avremmo dovuto pensare agli effetti di un atteggiamento aggressivo e spesso superficiale, invasivo e prepotente sugli equilibri naturali.

Dobbiamo ripensare il rapporto con le altre specie, analizzare gli effetti di fenomeni come l’urbanizzazione crescente ed esplosiva degli ultimi decenni, la spinta alla dispersione urbana degli anni ’70-’80-’90, il consumo di suolo, l’espulsione dai loro habitat di molte specie che da tempo ci davano segnali di reazione, di disagio, di sofferenza. Quanto alle concause, se pensiamo a come l’inquinamento e le polveri sottili spieghino la diffusione del contagio in alcune particolari geografie – la Pianura Padana, ad esempio –, la logica conseguenza è che dobbiamo impegnarci per cambiare le cose: cambiare la vita nelle città, che si pongano il problema di un rapporto diverso con la natura e di rigenerarsi al loro intero, che sviluppino una visione di quartieri autosufficienti che mettono a disposizione un insieme di servizi accessibili ai cittadini.

Antonio Puzzi | Lei ha parlato della necessità di ripopolare i borghi. Secondo lei qual è il nuovo modello funzionale di alleanza tra città e campagna?

Stefano Boeri | Il modello funzionale è quello di una collaborazione che però prevede un abbandono drastico di qualsiasi atteggiamento nostalgico o romantico. Dobbiamo assumere un atteggiamento nuovo che implichi un progetto diverso. Fabio Renzi usa il termine di neopopolamento, che significa che se vogliamo davvero tornare a far vivere questi luoghi dobbiamo immaginare un’economia che non sia semplicemente di sussistenza, una connettività che sia estremamente efficace, un sistema di mobilità sul territorio che sia adeguato. È un progetto che riguarda anche le grandi città. È un ciclo, o una ciambella, che vede strettamente correlata la produzione agricola di qualità con l’organizzazione del consumo su scala ampia. Il tema non è di vedere una competizione o un’alternativa antiurbana, il tema è di immaginare un progetto molto avanzato per riabitare e ripopolare questi centri che preveda una diluizione della densità di popolazione, la banda larga, un’idea di spazialità diversa degli interni e un rapporto molto intenso di scambio commerciale ed economico con le grandi città.

Antonio Puzzi | Ci sono esperienze di produzione urbana narrate da numeri incredibili – Vancouver, Detroit, e altri ancora. È possibile attivare anche in Italia esperienze simili che promuovano l’agricoltura urbana?

Stefano Boeri | L’agricoltura urbana vuol dire molte cose, dall’esperienza berlinese dei community garden a quella parigina dei green roof garden agli orti urbani che sono una pratica abbastanza diffusa anche in Italia. Oggi quando si parla in modo serio di agricoltura urbana si parla di aree agricole caratterizzate da una forte parcellizzazione e da una grande biodiversità, che in qualche modo sono cintura dell’abitato o che hanno con esso un rapporto di prossimità e che lavorano in modo fortemente relazionato con la domanda di città che sempre di più tendono a essere città-mondo, che ospitano gruppi e comunità con aspettative molto variegate per quanto riguarda il cibo. La biodiversità nella produzione agricola è in qualche modo il riflesso di una biodiversità culturale legata a diverse tradizioni alimentari.

Altra parte del discorso è il rapporto coi piccoli borghi, i piccoli centri. Siamo in una situazione simile dal punto di vista delle relazioni commerciale, ma differente dal punto di vista geografico: non è necessariamente il chilometro zero, ma una situazione in cui non c’è tanto l’autosufficienza alimentare pensata come geografia di un’area metropolitana, ma ci sono situazioni di gemellaggio, scambio, agevolazioni, a un patto…

Antonio Puzzi | Come possiamo ridare dignità alla filiera “colta”, alle piccole produzioni virtuose, che in un certo senso l’emergenza Covid ci ha fatto riscoprire e portato a sostenere?

Stefano Boeri | La gran parte dei prodotti Dop sono generati nei piccoli centri, e questo deve farci pensare che la qualità viene espressa spesso da nuclei di urbanità che hanno un rapporto diretto con la campagna. Il tema è capire come comunità di agricoltori e contadini possano diventare una parte fondamentale all’interno del ciclo dell’alimentazione. O ancora, possiamo finalmente pensare a una grande distribuzione che si faccia carico, in modo non speculativo, di un sistema di produttori di piccole dimensioni e grande qualità.

Dal pubblico | Le nostre comunità hanno bisogno di spazi pubblici, spazi condivisi che riconnettano le persone a una dimensione collettiva. Possiamo immaginare nuovi spazi per le nostre città?

Stefano Boeri | Da un punto di vista fisico gli spazi ci sono già. Dobbiamo ripensarne l’uso. In questa emergenza, molti di noi hanno riscoperto i piccoli negozi, le botteghe, un’idea diversa di qualità. In futuro, se permarranno requisiti di distanziamento, dovremo usare anche gli spazi aperti: i negozi potrebbero avere bisogno di dehors, i marciapiedi essere occupati anche dal macellaio, dal fioraio, dal fruttivendolo e non solo dal barista. Immaginiamo marciapiedi estesi sulle strade, parcheggi gradualmente eliminati, strade ripensate per biciclette e per auto elettriche. Pensiamo a città diverse, a un’intera dimensione di città da pensare.

Antonio Puzzi | Qualche anno fa, in una sua riflessione scriveva: «La città che immagino dovrebbe essere una città che inglobi la natura e insieme dia qualità al lavoro e migliori le condizioni di persone che vivono in povertà assoluta e soprattutto affronti il tema delle migrazioni che nei prossimi anni saranno causate dal cambiamento climatico». È ancora valida, questa riflessione?

Stefano Boeri | Ancora di più. La crisi che viviamo oggi sta sulle spalle di altre due crisi, quella finanziaria del 2007-2008, e la grande crisi climatica, che ha una storia lunghissima e un’accelerazione portentosa negli ultimi anni. Questa crisi è un pezzo di una crisi complessiva che riguarda le stesse condizioni di sopravvivenza della nostra specie su questo pianeta. Il mondo che dobbiamo costruire richiede un paradigma sostanzialmente diverso e dobbiamo avere il coraggio di immaginare una normalità del tutto diversa rispetto a quella da cui siamo usciti.

Slow Food in Azione: le comunità protagoniste del cambiamento è un progetto finanziato dal Ministero per il lavoro e le politiche sociali, – Direzione generale del terzo settore e della responsabilità sociale delle imprese. Il progetto ha l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sulla biodiversità e la lotta contro la crisi climatica, e di educare a modelli di consumo sostenibile e a scelte alimentari consapevoli. Al progetto partecipano 27 giovani leader, che ne stanno curando anche la fase online.

La seconda puntata è stata curata da: Paolo Concetti, Gaia Monzio Compagnoni, Barbara Nappini, Silvia Rolandi Antonio Puzzi, che l’ha anche condotta.

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